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5 febbraio 2009

Detrazioni, ecco cosa bolle in pentola

Contro la crisi il Governo ha in serbo un'aumento delle spese detraibili. Ecco l'elenco riportato su Ansa:
ROMA -Non solo eco-incentivi per le auto ma anche sconti sui mobili e sugli elettrodomestici. Per far fronte alla crisi che sta gravemente colpendo l'industria italiana, il governo sta mettendo a punto un pacchetto complessivo di misure per agevolare gli acquisti e quindi rilanciare la produzione. Ed ha anche previsto misure a favore delle Pmi, soprattutto per favorirne l'aumento dimensionale.

Ecco alcune delle misure previste nei contenuti della bozza del piano che dovrebbe arrivare sul tavolo del consiglio dei ministri di venerdi' prossimo.

- AUTO: Sarebbe previsto incentivo da 1.000 euro per l'acquisto di una vettura euro 4 o euro 5 a basso impatto ambientale e la rottamazione di una vecchia vettura euro 0, euro 1 e euro 2 di almeno 10 anni, purche' immatricolata cioe' entro il 31 dicembre '99. Esenzione del bollo auto per 3 anni.

- AUTO VERDI: Per le vetture ecologiche, a metano, gpl, elettriche o a idrogeno il bonus salirebbe a 2.000 euro dagli attuali 1.500 ancora in vigore.

- MOTO: Arriverebbe un incentivo da 300 euro per l'acquisto di un motociclo o un ciclomotore Euro 3 con la rottamazione di un Euro 0 o Euro 1. Esenzione del bollo per un anno.

- MOBILI: E' la novita'. Per l'acquisto di mobili sarebbe introdotta una detrazione Irpef del 20% riservata solo a chi dichiara la ristrutturazione dell'abitazione e gia' usufruisce quindi delle agevolazioni fiscali legate ai lavori rinnovate nella scorsa manovra Finanziaria. La detrazione sarebbe calcolata su un importo massimo di 10.000 euro ed e' valida per gli acquisti effettuati tra il primo gennaio e il 30 settembre 2009.

- ELETTRODOMESTICI: Lo stesso 'sconto' previsto per l'arredamento verrebbe anche concesso sull'acquisto degli elettrodomestici bianchi (frigoriferi, lavastoviglie, lavatrici), sempre collegato alla ristrutturazione dell'abitazione.

- NIENTE TASSA SUV: Nel decreto non e' prevista al momento alcuna penalizzazione fiscale per l'immatricolazione di auto di lusso ad alto impatto ambientale. Sarebbe quindi scomparsa l'ipotesi circolata nei giorni scorsi di una sovrattassa sui Suv, contestata dalle imprese di settore.

- IMPRESE: Nel pacchetto potrebbero anche essere inserite misure fiscali a favore dell'aggregazione delle pmi. Sarebbero previste anche modifiche alla norma sulla rivalutazione dei beni strumentali.


Che dire? Ben vengano tutte queste detrazioni. Sono favorevolissima a quelle per l'acquisto di auto "verdi" (il virgolettato è d'obbligo perché sono pur sempre inquinanti). Per questioni private sono favorevole anche a quella sui mobili. Anche se per una giovane coppia che deve arredarsi l'intera casa, 10mila euro non sono tantissimi (alla fine viene restituita l'iva). E non so quanto uno sconto simile, che rappresenta una grossa spesa per le casse statali nel loro complesso, sia effettivamente utile per rilanciare i consumi. Se i 10mila euro non ci sono, c'è poco da fare! Sono tutte spese detraibili dopo un anno e non si sa neppure in quanto tempo (non l'ho trovato scritto da nessuna parte). Contrarissima, anzi un po' imbufalita, per il trattamento dei suv e delle auto di lusso. Così da un lato si incentivano le auto ecologiche (per il "popolo") e non si penalizzano quelle inquinanti (per i ricchi). Uno scivolone per delle manovre da attuare in tempi di crisi. Conoscete qualcuno che fatica ad arrivare alla fine del mese e che gira con questa macchina?

15 gennaio 2009

La grande beffa della social card

In Italia dove quasi tutto sembra sul punto di essere privatizzato, essere poveri (anzi, meno abbienti, per essere politically correct) è motivo di umiliazione e sofferenza, che va ben oltre la fatica di arrivare a fine mese.
"E' anonima naturalmente per non creare imbarazzo" fu il commento del premier al momento del lancio. Ipse dixit. Una delicatezza inappuntabile verso tutti coloro che si trovano a vivere con poco o niente proprio in un paese che si definisce "ricco". Peccato solo che tanta delicatezza - grazie alla tortosità della burocrazia italiana - si sia risolta in una nuova umiliazione per i potenziali beneficiari della carta, e in un inaspettato beneficio a favore dei religiosi che hanno fatto voto di povertà. Ma andiamo con ordine e partiamo con la puntata di Mi manda Rai Tre che ha sollevato il polverone (ma già da settimane alcuni organi d'informazione avevano evidenziato l'assurdo iter per abilitare la tessera).

La signora anziana presenta la carta e si sente rispondere che è vuota. E gli occhi le si riempiono di lacrime anche a distanza di tempo, semplicemente rievocando quella spiacevole vicenda. Tanto "per non creare imbarazzo", diceva qualcuno.
In effetti a tutti è capitato, almeno una volta nella vita, di trovarsi senza contanti e con un bancomat smagnetizzato, o rigato, o scaduto. Magari qualche occhiataccia della commessa è pure capitata. Però ben pochi si sono sentiti domandare "è una social card?", rispondendo alla quale avrebbero subito svelato il proprio reddito.
Il titolo del post è farina (stantia) del mio sacco. E' il classico titolo quasi "preconfezionato" che il redattore frettoloso, svogliato o privo d'idee estrae dal cilindro. E fa comunque la sua porca figura in pagina. Magari non è il massimo dell'originalità.
E infatti anche Repubblica titola "La grande beffa della social card
Una su tre è senza soldi"
. Ma l'articolo è di certo più ispirato e merita di essere letto con attenzione. Riporto alcuni passaggi.
La tessera di Tremonti è di un bel azzurro sereno. Come il cielo di Forza Italia, quello di una volta. Un tricolore ondulato la attraversa da sinistra a destra e sembra la scia delle mitiche frecce. "E' anonima naturalmente per non creare imbarazzo", commentò Silvio Berlusconi il giorno dell'inaugurazione della campagna dei 40 euro mensili ai bisognosi d'Italia. Anonima. Infatti ieri, supermercato Sma di Roma, commessa indaffarata alla cassa, signore anziano in fila: "Ha per caso la social card?". Il no è asciutto e risentito. "Scusi, ma era per capire come pagava".
Lusy Montemarian non ha pagato, anzi è scoppiata in un pianto dirotto quando le hanno comunicato, come fa il medico alla famiglia del congiunto morente, che non ce l'aveva fatta. Un pianto raccolto da una microtelecamera di "Mi manda Raitre" e unito ad altri pietosi casi. Un mattone sull'altro, e un altro ancora. Alla fine si edifica questo incredibile muro della vergogna che attraversa la penisola e la trafigge senza colpa.
[...]
Migliaia di italiani si sono ritrovati in mano una patacca. Una carta azzurra, di plastica, con il retro magnetico, il numero, il logo giallo e rosso della Mastercard. Belle, eccome. E di valore: si stima costi almeno 50 centesimi l'una, più 1 euro per la ricarica bimestrale, più il 2 per cento per le spese del circuito bancario. Uno scherzetto da 8 milioni e 500mila di euro, a pieno regime. Una lotteria per il mezzo milione di italiani che, soltanto alla cassa e davanti al commesso, saprà se la sua carta annonaria è buona oppure è uno scherzo del destino, se può permettere di fare la spese oppure di annunciare la propria povertà a tutti.

Duecentomila tessere vagano scoperte di tasca in tasca, sospese o respinte. Duecentomila italiani, forse di più, le possiedono senza poterle utilizzare. Alcuni (pochi) lo sanno. Altri, molti altri, che non sanno, vanno incontro alla sciagura.

8 milioni e 500mila di euro. Mica bruscolini. Per delle tessere che forse hanno aiutato pochi, di sicuro hanno beffato e umiliato molti. Ne valeva davvero la pena? Già nella sua formula iniziale era apparsa alquanto discutibile (cos'è, un accordo economico con mastercard? Perché per dare 40 euro al mese agli indigenti si poteva anche fare una piccola integrazione alla pensione, o mandare un assegno con raccomandata. Di sicuro si poteva trovare una via meno macchinosa) ma nella resa effettiva è degna della casa che rende folli di Asterix.

Ma alla fine qualcuno è riuscito a beneficiare della social card?
Parrebbe di sì.
Dall'Arena.it
Potremmo definirlo un effetto collaterale della Social Card. Chissà, infatti, se i cervelloni del ministero al momento di ideare la versione elettronica della vecchia tessera del pane, avevano pensato che una fetta consistente dei beneficiari sarebbe stata composta da... religiosi.
Il sospetto ad alcuni veronesi è venuto quando, in questi giorni a scavalco dell'anno, hanno notato che negli uffici postali c'erano moltissime suore anziane e un buon numero di frati in là con gli anni. Non è una scena usuale. Di solito, difatti, nell'organizzazione dei conventi c'è sempre una persona che - come nelle caserme - s'incarica di svolgere certi compiti, come quelli che richiedono di recarsi in posta, anche per tutti gli altri, basta avere in mano una delega. Ma a ritirare la Social Card bisogna andare di persona, ed ecco quindi le file. E sono tanti perché la maggior parte delle congregazioni religiose chiede ai propri appartenenti di fare voto di povertà e quindi essi risultano nullatenenti e privi di reddito, rientrando di fatto nelle categorie previste dalle norme.
«È vero», conferma da Venezia Patricia Da Rin, della Direzione comunicazione e relazione esterne del Triveneto di Poste italiane, «a Verona sono particolarmente numerosi perché c'è una grossa presenza di istituti religiosi. Dai dati che abbiamo sono oltre 300 le suore e i frati che hanno già ottenuto la Carta d'acquisto recandosi negli uffici postali della città a ritirarla dopo aver ricevuto la comunicazione dal ministero. Di questi più di 60 sono quelli che hanno fatto capo agli sportelli della sede centrale di piazza Isolo. Ma il dato più curioso», conclude, «è che una piccola sede come Castelletto di Brenzone ne ha liquidate da sola più di 50».
Nel paese lacustre, è noto, c'è l'istituto delle Piccole suore della Sacra Famiglia, che ospita molte sorelle anziane.

E vabbé. La Chiesa costa allo Stato italiano 4 miliardi di euro all'anno. Se si prendono anche delle briciole degli 8 milioni e 500mila di euro destinati ai poveri, non si può certo gridare allo scandalo. L'importante è che vengano investiti nel modo giusto...

5 settembre 2008

Quello che i milionari non dicono - 5

9. “Il denaro non fa la felicità”
Potrebbe non essere confortante per le persone che non hanno molto denaro ma i ricchi davvero sono differenti. “Non c’è un gruppo in America che sia più felice dei ricchi”, spiega Taylor dell’Harrison Group e sottolinea che circa il 70% dei milionari è convinto che il denaro “abbia generato” più felicità per loro. Redditi più elevati si correlano a più alti livelli di soddisfazione nella vita, secondo un nuovo studio degli economisti del Wharton School of Business. Ma non sono necessariamente le Bentley o le Manolo Blahniks che conducono alla felicità. “È la libertà che il denaro è in grado di comprare”, ha spiegato Betsey Stevenson, coautore dello studio Wharton.
I livelli di depressione sono più bassi tra i ricchi, secondo l’indagine Wharton e i ricchi tendono ad avere salute migliore del resto della popolazione, ha spiegato James Smith, economista del lavoro “senior” alla Rand Corporation. (Infatti, salute e felicità sono strettamente collegate, al pari di ricchezza e felicità, ha sottolineato Smith).
I ricchi sembrano anche sorridere e ridere più spesso – sempre secondo lo studio Wharton – senza parlare dell’essere trattati con maggiore rispetto e del mangiare cibo migliore. “Le persone hanno delle esperienze giornaliere molto diverse quando hanno un sacco di soldi”, ha concluso Stevenson.

10. “Tu ti preoccupi dei Jones. Io mi preoccupo di stare al passo con i Trump”
La ricchezza può dare un grande aiuto nella creazione della felicità, ma i ricchi della classe media ancora non possono ancora permettersi la vita dei miliardari vicini di casa: i ragazzi che firmano assegni di beneficienza da 100mila dollari prima di ritirarsi nella propria isola privata. “Ciò che rende le persone felici non è quanto stanno ottenendo – ha spiegato Glenn Firebaugh, un sociologo alla Pennsylvania State University -. È quanto stanno ottenendo rispetto ai loro pari”.
Secondo Fidelity, un 40% dei milionari teme che i propri standard di vita si abbassino con il pensionamento e che il denaro messo da parte finisca prima della loro morte. Naturalmente potrebbe non essere d’aiuto uno stile di vita così prodigo da dissipare circa 400mila dollari all’anno. “Puoi sempre essere più felice con più denaro – spiega Stevenson -. Non c’è punto di saturazione”. Ma quello è il problema di competere con i Trump. “I milionari sono sempre con lo sguardo in alto – dice Schiff – e pensano che si stia meglio là sopra”.

4 settembre 2008

Quello che i milionari non dicono - 4

7. “Ero uno studente discreto”
La mamma aveva ragione quando diceva che i buoni voti sono una chiave per il successo – ma non necessariamente di un grande conto in banca. Secondo il libro “The Millionaire Mind”, i milionari hanno raggiunto un punteggio Sat di 1190, difficilmente materiale da Harvard (per accedere è richiesto un punteggio di almeno 1400; quelli vicini al 1580 hanno buone probabilità di essere ammessi).
In effetti, secondo lo studio AmEx/Harrison, il 59% dei milionari ha frequentato un college o un’università statali.
Quando si chiede di elencare le chiavi del loro successo, i milionari citano per primo il duro lavoro, seguito dall’educazione, dalla determinazione e dal “trattare gli altri con rispetto”. Secondo Jim Taylor, vice direttore dell’Harrison Group, le nozioni apprese sui banchi di scuola sono meno importanti dell’apprendimento di un metodo di studio o del rispetto della disciplina.
Assodato questo, il 48% dei milionari hanno un grado avanzato di studio e i college elitari davvero aprono le porte alle carriere in Wall Street e nella Silicon Valley (senza menzionare le relazioni sociali che oliano le ruote.
Ma per ogni milionario che ha compiuto un dottorato, ce ne sono molti altri che hanno stentato a completare gli studi.
Kiyosaki, per esempio, dice di essere sopravvissuto alla matematica al college sedendosi vicino al secchione della classe. “Imbrogliavamo come forsennati” ha spiegato.

8. “Ti piace la mia Ferrari? È in prestito”
Perché spendere 3mila dollari per una borsa di Versace che passerà di moda la prossima stagione quando puoi prenderla a prestito per 175 dollari al mese? Per lo stesso motivo, perché dissipare 250mila dollari su una Ferrari quando per 25mila dollari la puoi avere per qualche fine settimana all’anno? I club che offrono “proprietà frazionata” di jet sono popolari ormai da tempo, e ora il concetto si è esteso anche ad altri beni di lusso quali auto esotiche e opere d’arte. Quanto scottante è la tendenza? Stando alla ricerca di Prince&Associates, più della metà dei milionari è intenzionata a prendere in prestito beni di lusso nei prossimi 12 mesi. Al vertice della classifica le borsette, seguite da auto, gioielli, orologi e opere d’arte. Compagnie online come Bag Borrow o Steal, per esempio, per prezzi che partono dai 15 dollari a settimana riforniscono i consumatori che vogliono accessori sempre nuovi.
Per Suzanne Garner, un ingegnere milionario di software a Santa Clara (California), avere un’auto da 100mila dollari non ha molto senso finanziariamente parlando (lei guida una Mazda Miata). Dall’altra parte, la Garner arriva a pagare 30mila dollari per l’iscrizione annuale al Club Sportiva, un club automobilistico di proprietà frazionata che le ha permesso di prendere Ferrari, Lamborghini e altri veicoli stranieri nei weekend.
“Per me l’auto è molto importante” ha spiegato.
E lo stesso vale per altre persone, a quanto pare.
Mentre recentemente era ferma a un semaforo con la sua Ferrari, la Garner ha avuto una proposta di matrimonio da un ragazzo su un camioncino con rimorchio.
(L’offerta è stata rifiutata)

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3 settembre 2008

Quello che i milionari non dicono - 3

5. “Non diventi ricco essendo gentile”
John D. Rockefeller minacciava i rivali di bancarotta se loro si vendevano alla sua compagnia, la Standard Oil. Bill Gates è stato privo di scrupoli nel costruire la Microsoft all’interno del mondo delle più grandi aziende di software (ricordate Netscape?).
Di certo, molti milionari privatamente ammettono di essere “bastardi negli affari – ha spiegato Russ Alan Prince -. Non sono dei bravi ragazzi”. Naturalmente i ricchi non si guardano allo specchio e vedono esattamente Gordon Gekko.
La maggior parte dei milionari condivide i valori dei loro genitori dal reddito contenuto, ha spiegato Lewis Schiff, consulente finanziario privato e coautore di Prince: “Passare del tempo con le famiglie è quello che conta per loro”. Secondo lo studio dell’AmEx/Harrison, solo un 12% dice di voler essere ricordati per il proprio lascito negli affari.

I milionari non sembrano neppure spaventati dal fallimento. Crane, per esempio, adesso dirige un’azienda di successo che setaccia domestici per i proprietari. Ma la sua prima avventura economica, una partnership in ambito immobiliare, finì in bancarotta e la cosa gli costò 20mila dollari – più di quanto valesse la sua casa a quel tempo. “È stato il periodo più deprimente della mia vita, ma è stata la migliore lezione che ho mai imparato” ha spiegato Crane.

6. “Le tasse le pagano solo i poveri”
La maggior parte dei milionari paga davvero le tasse. Infatti, l’1% di coloro che guadagnano di più hanno contribuito nel 2005 a circa il 40% delle entrate fiscali federali – l’enormità di 368miliardi di dollari – secondo l’Internal Revenue Service. Detto questo, i ricchi tendono a far derivare una notevole fetta dei loro guadagni dai dividendi e dai capitali guadagnati, che sono tassati in misura minore rispetto agli stipendi (15% per i guadagni dei capitali a lungo termine contro il 25% dei salari della classe media). Inoltre, chi guadagna molto paga la Social Security Tax solo sui suoi primi 97mila dollari di reddito.

Ma i grandi risparmi arrivano dal possesso di un business e dalla detrazione di ogni spesa legata a esso. I proprietari possono anche deprezzare le loro proprietà commerciali e sborsarli come interessi del mutuo. E questo senza fare nessun bilancio creativo. Poi ci sono le coperture fiscali, i trust e gli altri meccanismi che i super-ricchi usano per difendere i loro capitali.
Si stima che circa 2milioni di americani abbiano conti non dichiarati in paradisi fiscali e il reddito delle coperture fiscali straniere costa agli Stati Uniti dai 20 ai 40 miliardi di dollari all’anno, secondo l’IRS. Di certo, un “crescente numero di persone vuole stabilire fondi offshore” ha spiegato Vernon Jacobs, un ragioniere abilitato in Kansas specializzato in conti legali stranieri.

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1 settembre 2008

Quello che i milionari non dicono - 2

3. “... ma non sono diventato ricco risparmiando sul latte”.
Allora, come entrare nel club dei milionari? Puoi comprare stock option o immobili, giocare alle slot machine a Las Vegas o prendere la strada più comune: avviare la tua personalissima attività economica. È così che la metà dei milionari ha fatto i soldi secondo la ricerca AmEx/Harrison. Circa un terzo esercitava una professione o lavorava nel mondo delle aziende; solo il 3% ha ereditato il suo patrimonio.
Tralasciando il modo in cui sono riusciti a raccogliere il loro gruzzolo, virtualmente ogni milionario “ha fatto un uso giudizioso del debito”, ha spiegato Russ Alan Prince, coautore di “The Middle-Class Millionaire”. Tutti loro hanno chiesto dei prestiti per costruire il loro business, evitando carte di debito ad alti interessi e facendo leva sulle home equity per finanziare i loro acquisti nel caso di flussi di cassa insufficienti. Ma la loro ricchezza non si collega alle case. Secondo TNT, le home equity rappresentano l’11% delle azioni totali dei milionari. “Le persone che s’impegnano a costruire ricchezza vogliono sempre avere un’ipoteca” ha spiegato Jim Bell, presidente della Bell Investment Advisor. La sua casa vale probabilmente 1.5 milioni di dollari, ma lui ha un mutuo per 900mila dollari. “Non ho fretta di pagarla del tutto – ha spiegato -. È una delle poche detrazioni fiscali che ho”.

4. “Ho una concierge per ogni cosa”
Quel ristorante richiestissimo può essere prenotato per mesi – almeno quando Mr. Nessuno chiama per riservarsi un tavolo. Ma molte delle principali tavole calde riservano dei tavoli alle celebrità e ai clienti di serie A e quello è il momento in cui entra in scena il concierge personale.
I bravi courcierge perlustreranno il mondo per trovare qualsiasi cosa i loro clienti vogliano – sia che si tratti dell’acqua santa benedetta personalmente dal Papa, di una rara tequila messicana o di una salsa artigianale disponibile solo nel nord della Spagna.
“Per alcune persone il prezzo non è un problema” ha spiegato Yamileth Delgado, che dirige il Marquise Concierge e che una volta ha scovato proprio quella salsa per un cliente: 20 chilogrammi di chorizo costati mille dollari.
I servizi di concierge si estendono oggi anche alle attenzioni in campo medico. Spendendo dai 2mila ai 4mila dollari al mese, un cliente può avere accesso 24 ore su 24 a medici di primaria cura che possono fare chiamate a casa e possono facilitare le ammissioni agli ospedali “risparmiandosi lunghe attese nella sala d’aspetto”.

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29 agosto 2008

Quello che i milionari non dicono - 1

Su Yahoo Finance ho trovato un divertente articolo su “Quello che i milionari non dicono”. Il columnist Daren Fonda ha tratto spunto da 10 frasi che i ricchi si sentono in dovere di dire davanti ai microfoni e alla gente comune e ha poi provveduto a smantellarle una per una. L’articolo è molto lungo e quindi mi vedo costretta, sia per motivi di tempo che di spazio, a pubblicare la traduzione a puntate.
Iniziamo con i primi due luoghi comuni.

1. “Puoi pensare che io sia ricco, ma non lo sono”
Un milione di dollari può sembrare una fortuna alla maggior parte delle persone, e del resto quelli che guadagnano simili cifre hanno ben poco di che lagnarsi: sono più ricchi del 90% delle famiglie statunitensi e guadagnano in media 366mila dollari all’anno, rappresentando i principali contribuenti del Fisco Usa.
Ma il loro gruppo non è poi così esclusivo. Circa 10 milioni di famiglie hanno un reddito netto di un milione di dollari, escludendo le home equity, e questo numero è quasi raddoppiato rispetto al 2002.
[Gli home equity loans sono strumenti che permettono di "estrarre" dagli immobili liquidità da destinare a investimenti o consumo. Nella pratica sono dei prestiti vitalizi con ipoteca sulla casa proposti in alternativa alla vendita della nuda proprietà]
Un recente sondaggio di Fidelity ha inoltre scoperto che solo l’8% dei milionari si ritiene “molto” o “estremamente” ricco, mentre un altro 19% non si ritiene ricco affatto. “Si preoccupano per l’assistenza sanitaria, per il pensionamento e per come mantenere il loro tenore di vita” ha spiegato Gail Graham, dirigente di Wealth Management a Fidelity.
Di certo, molti milionari ancora non hanno ancora abbastanza denaro da concedersi lussi esclusivi, come l’iscrizione a un club elitario di golf, che può arrivare a costare 300mila dollari all’anno. Anche se 3 decadi fa un milione di dollari era somma considerevole, oggi servono 3.6milioni di dollari per avere lo stesso potere d’acquisto. E addirittura metà dei milionari degli Stati Uniti ha un reddito netto inferiore o uguale a 2.5milioni di dollari, secondo la società di ricerche TNS.
Quanto si dovrebbe possedere, quindi, per sentirsi davvero, onestamente, ricchi? Secondo Fidelity almeno 23milioni di dollari.

2. “Faccio la spesa al Wal-Mart...”
Possono anche non comprare la carta assorbente in offerta a 99centesimi, ma i milionari sanno cosa significa essere frugali.
Secondo un’indagine sugli individui ad alto reddito, pubblicata dall’American Express e l’Harrison Group, circa l’80% di loro dichiara di spendere con un atteggiamento mentale da classe media. Il che significa comprare beni di lusso in saldo e andare a caccia di affari, anche raccogliendo buoni sconti.
Don Crane, proprietario di una piccola azienda a Santa Rosa, California, di certo non ignora il valore dei risparmi quotidiani. “Possiamo permetterci ogni cosa” ha spiegato precisando che il suo reddito netto supera il milione di dollari. Ma lui e sua moglie sono entrambi cresciuti in fattorie del Midwest – dove non si buttava nulla – e sua moglie ritaglia buoni sconto da allora.
In effetti, secondo la ricerca AmEx/Harrison Group, la maggior parte dei milionari proviene da famiglie della classe media e circa un 70% di loro è ricco da meno di 15 anni.
Detto questo, ci sono comunque un sacco di milionari che non guardano mai il cartellino del prezzo. “Ho sempre voluto vivere al di sopra dei miei mezzi perché questo mi ispira a lavorare più sodo” ha dichiarato Rober Kiyosaki, autore del best seller “Rich Dad, Poor Dad” (1997).
Buon per lui (n.d.r)

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26 agosto 2008

Settembre, tutti a scuola. Con il caro libri

Chi si ricorda il profumo dei libri nuovi? Una volta la carta aveva un sapore diverso. Quella moderna ha un vago retrogusto di petrolio e colla scadente che rovina la poesia. Eppure i libri costano cari: ben 286 euro per i testi di prima media. Scuola dell'obbligo, non dimentichiamocene. Per le superiori si superano i 300. Quindi una famiglia con un figlio in prima media e uno in prima superiore (3 anni di differenza non sono impossibili, vero?) spenderebbe quest'anno circa 600 euro (mezza mensilità di un impiegato medio o una mensilità di un precario sottopagato) per i libri. Se a questo ci aggiungiamo che i tetti di spesa stabiliti dal Ministero vengono periodicamente snobbati dagli editori (almeno dal 47% , secondo Altroconsumo), le famiglie hanno ben poco di che stare allegre.

Quest'anno in libreria non ci sono andati solo i genitori, usciti poi coi portafogli vuoti, ma anche i finanzieri. "Multe per chi specula" titola il Giornale.
Curiosando nella Rete ho trovato un interessante articolo di Gian Antonio Stella, dal significativo titolo di "I libri scolastici in conflitto d’interessi". Tutto vostro.
Ancora più significativo il parere dell'Antitrust:
Al centro della polemica "l'accordo stipulato, in data 9 giugno 2005, tra il Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca Scientifica e Poste Spa per il servizio, denominato Postescuola, di consegna dei libri di testo alle famiglie degli alunni della scuola secondaria di 1° e 2° grado", si legge nella relazione dell'Autorità garante. Ora arriva il parere dell'Antitrust: in sostanza, è vero che l'accordo favorirebbe una società del presidente del Consiglio, ma a firmarlo non è stato lui con le Poste, bensì il ministro Letizia Moratti che con le società del Presidente non ha alcun legame.

Davvero curioso. Evidentemente il fatto che la Moratti fosse un ministro del Governo Berlusconi - poi candidato sindaco di Milano per la Casa delle Libertà - non era sufficiente a legarla a doppio filo al Premier...

18 giugno 2008

Sai cosa si nasconde dietro la tua bolletta?

Sappiamo di essere il popolo più tassato d'Europa.
Lo diceva anche Totò nei Tartassati, e oggi le cose non vanno meglio.
Ogni volta che si fa il pieno di benzina verde il 55% di quello che paghiamo non va nel serbatoio ma allo Stato. A far lievitare le accise dei carburanti è perfino la campagna d'Etiopia, terminata nel 1936. Che dire poi delle bollette dell'elettricità dove, nascoste tra voci all'apparenza innocue, si nascondono sovvenzioni davvero curiose?
Vediamo un po' l'approfondimento di Massimo Sideri sul Corriere della Sera di oggi:

Il puzzle bollette. Tasse e vecchi debiti
Elettricità e gas, 480 euro in più a famiglia

Guardare che cosa c'è dietro ai prezzi dei prodotti italiani dell'energia è un po' come aprire un vaso di Pandora: all'interno si scoprono voci bizzarre, che potrebbero addirittura avere un risvolto comico se non si traducessero automaticamente in un prelievo di denaro dalle tasche delle famiglie. Così è ad esempio per l'accisa che grava sul prezzo dei carburanti, che contiene una serie di prelievi che, in ordine temporale, vanno dal finanziamento della guerra di Etiopia del 1935 fino al contributo per il rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004 passando per il Vajont, il Belice, l'alluvione di Firenze e altro. Imposte che si sono stratificate nel tempo e hanno contribuito a far sì che il 55% del prezzo del litro di benzina verde, o il 45% di quello del gasolio, sia costituito da tasse, Iva inclusa. Un discorso simile si potrebbe fare anche per la bolletta del gas, dove per i clienti «domestici» sotto i 200 mila metri cubi l'anno — soprattutto per le famiglie — sono sempre le imposte a fare la parte del leone: nella tariffa ricalcolata ogni trimestre dall'Autorità per l'energia, pesano per il 38%, come il costo della materia prima, il gas, che incide per il 37%. Il resto serve a remunerare l'«industria », dal trasporto allo stoccaggio fino alla commercializzazione all'ingrosso o al dettaglio. E considerando che il prezzo internazionale del gas è legato a filo doppio a quello del petrolio, non stupisce che negli ultimi anni il costo della materia prima sia quasi raddoppiato, passando dai 12,8 centesimi al metro cubo di inizio 2004 ai 21,65 di fine 2007 (sui 67,56 totali).

Un andamento che si è portato dietro, al rialzo, anche quello delle tasse. E' però con la bolletta elettrica che la metafora del vaso di Pandora trova la sua corrispondenza migliore. Come si legge nel libro Il prezzo da pagare, scritto a quattro mani da Stefano Agnoli e Giancarlo Pireddu (Baldini Castoldi Dalai editore) in quelle due-tre paginette che ogni due mesi vengono recapitate al domicilio degli italiani si trova il riassunto di qualcosa di più del semplice sport nazionale che è stato l'inasprimento della stretta fiscale. Nelle sue voci si trova il conto per ognuna delle scelte fatte nell'ultimo mezzo secolo di politica energetica di questo Paese. Si tratta dei cosiddetti «oneri di sistema», che pesano per un bell' 8,2% su quanto viene pagato, anche se il peso maggiore è riservato al costo di produzione (64%), al costo delle infrastrutture (14%) e alle immancabili tasse (un altro 14%). Così, mentre si parla di rilanciare un nuovo programma nucleare italiano, pochi utenti sono consci che con la «componente A2» della bolletta elettrica le famiglie ripagano ancora i costi per lo smantellamento delle quattro «vecchie» centrali nucleari avviato dopo il referendum del 1987. Si tratta di uno dei tanti paradossi nazionali dell'energia: l'uscita repentina dalla produzione (e vendita) di elettricità di fonte atomica ha impedito di accantonare nel tempo, come avviene normalmente nel resto del mondo, le risorse finanziarie per spesare il «decommissioning » degli impianti. E così non è rimasto che addebitarle in bolletta: dal 1987 al 2024, l'anno della bonifica dell'ultimo sito (ma solo se ci sarà anche il deposito nazionale delle scorie), l'onere può essere calcolato in circa 12 miliardi di euro, caricati centesimo per centesimo su ogni chilowattora consumato. Un prelievo che per il 2007 valeva circa 280 milioni e nel 2008 sarà di 520 milioni. E che dire della «componente A3» della bolletta medesima, voce che racchiude uno dei più rilevanti trasferimenti, non immediatamente manifesti, che avvengono dalle tasche dei consumatori in favore di aziende elettriche e imprese? Sotto questa voce i contribuenti italiani finiranno per finanziare nel periodo 1992-2021 le industrie che vendono al Gestore del sistema elettrico (Gse) dell'energia formalmente prodotta con fonti «pulite» (e rinnovabili) ma che in realtà deriva da normali, e inquinanti, fonti fossili ed è ottenuta persino con i residui pesanti della raffinazione del petrolio, il cosiddetto «tar». Un'operazione che costerà alle tasche dei consumatori 12 miliardi di euro. Si tratta del risultato del cosiddetto provvedimento «Cip6» varato nel 1992: all'indomani dell'improvvisa uscita dal nucleare l'Enel fatica a venire incontro alla domanda di energia e a coprire i consumi. Ecco allora che si fa ricorso all'industria privata, a coloro che hanno continuato e produrre elettricità per il proprio consumo anche dopo la nazionalizzazione del 1962-63. Si decide cioè di incentivare dell'elettricità prodotta da fonti «rinnovabili» e «assimilate», ovvero sole, vento, acqua, risorse geotermiche, maree, rifiuti e biomasse. Ma dietro alla burocratica definizione di «assimilate» si nascondono risorse fossili destinate a impianti di cogenerazione (cioè energia e calore insieme).

Un contratto «Cip6» è assai lucroso: gode di otto anni di incentivi e può durare fino a vent'anni. La mano pubblica deve ritirare quell'energia pagandola a prezzi fuori mercato. La differenza con ciò che ne ricava vendendola sul mercato da dove arriva? La risposta è semplice: dalle bollette. Il conto recente? Più di tre miliardi di euro l'anno negli ultimi anni, circa 3,3 miliardi nel 2007 e 3.160 milioni nel 2008. Le sorprese della bolletta non si fermano qui, perché alla successiva voce «A4» sono conteggiate alcune agevolazioni, come quelle riconosciute a soggetto come le ex Acciaierie di Terni (Acciaierie ThyssenKrupp, Cementir e Nuova Tic), la Alcoa per gli stabilimenti di Porto Vesme e Fusina, e le Ferrovie dello Stato come risarcimento per le centrali idroelettriche trasferite senza indennizzo all'Enel al momento della nazionalizzazione. Proseguiamo: ci sono le voci «A5» (ricerca di sistema) e quella «A6». Quest'ultima merita attenzione, perché attiene anche ai risarcimenti da riconoscere all'Enel dopo la liberalizzazione del mercato del '99, come compensazione per gli investimenti non redditizi dovuti al «servizio universale» da offrire in tutto il Paese.

Ma all'interno di questi costi che gravano sulle spalle dei consumatori c'è anche quello relativo agli oneri in più per il gas naturale importato dalla Nigeria. Fu un caso spinoso: il gas doveva arrivare direttamente in Italia a Montalto di Castro, ma lì il rigassificatore non si riuscì a fare. Per evitare di pagare salate penali l'ente elettrico convinse i francesi di Gaz de France a prenderlo in Bretagna e a fare uno scambio con l'Eni. Un favore a pagamento, ovviamente. Scaricato dove? In bolletta: nel 2007 ha pesato per 150 milioni. In bolletta si trovano anche le componenti «Mct» (compensano i comuni che ospitano depositi di scorie radioattive), la voce «Int» (finanzia gli sconti praticati ai grandi utenti che accettano l'interruzione delle forniture in caso di eventi eccezionali) e la «Uc4», che tiene in vita imprese elettriche minori risparmiate dalla nazionalizzazione: quelle sulle isole distanti dalla costa, ma non solo, visto che c'è anche Capri. Ce n'è insomma per tutti i gusti. Ma poteva mancare la beffa finale? Sugli «oneri di sistema», che sono definibili come elementi «parafiscali», se non fiscali del tutto, le famiglie pagano anche le tasse. Un paradosso che fa finire altri 700 milioni di euro l'anno nelle casse dello Stato.

Rifletteteci la prossima volta che spulciate una bolletta o fate il pieno. Il costo del petrolio può anche aumentare. Ma invece di puntare sulla discutibile (vedi il parere dell'Aduc) Robin Hood Tax, perché non svecchiare le voci che fanno lievitare le accise?

22 maggio 2008

Mutui, per gli italiani casca male

Federconsumatori nel commentare la nuova manovra a costo 0 del Governo in materia di mutui, ha ricordato come le banche italiane applichino dei tassi più alti rispetto agli altri istituti europei.

Dal Bollettino della BCE (Aprile 2008) si evince che, a febbraio 2008, ai mutui oltre i 10 anni è applicato in Eurolandia un tasso di interesse medio del 5,09 per cento contro il 5,79 applicato ai mutui italiani e rilevato da Bankitalia (Suppl Bollettino statistico del 3-4-2008).
In tabella, un chiarimento sulle implicazioni di quel "trascurabile" 0,70% per l'economia delle famiglie italiane (cliccare per ingrandire)

5 maggio 2008

Redditi online, la polemica tiene banco

Massì, riapriamo il mese con lo stesso argomento con cui lo avevamo chiuso: i redditi degli italiani pubblicati online.

Non sono più sul sito dell'Agenzia delle Entrate - da là sono stati fatti sparire già mercoledì - eppure le dichiarazioni dei redditi si stanno diffondendo a macchia d'olio. Merito del peer-to-peer (o P2P per gli amanti del linguaggio in codice). Chi la monitora e la frequenta da qualche tempo sa bene che la Rete non accetta leggerezze o errori: una volta sul web, l'informazione non è più controllabile.

Emule, Kazaa, BitTorrent - complice la visibilità mass mediatica data alla vicenda - sono stati presi d'assedio dagli internauti più o meno esperti.
Oggi sono andata sui siti esteri con grande timore. Mi aspettavo l'ennesimo pernacchione dalla stampa statunitense e inglese. Invece niente. Possibile che si siano persi una vicenda così gustosa? Oppure hanno voluto stendere un velo pietoso? Si saranno stancati di parlare di noi? Forse l'oblio in questi casi è preferibile...

Certo, la notizia era decisamente intrigante, la polemica quasi inevitabile. Ma dopo 5 giorni inizia ad avere un gusto decisamente stantio.

Sul sito del Garante per la privacy sono presenti due comunicati. Il primo risale al 30 aprile. La polemica era appena esplosa:
Nella riunione odierna il Garante privacy ha svolto una prima valutazione sulla diffusione in Internet dei dati delle dichiarazioni dei redditi dei contribuenti a cura dell'Agenzia delle entrate.

L'Autorità, anche richiamando le sue diverse pronunce in materia, rileva che per tale forma di diffusione sussistono allo stato evidenti e rilevanti problemi di conformità con il quadro normativo in materia.

Il Garante ha quindi deciso di chiedere formalmente e con urgenza ulteriori delucidazioni all'Agenzia e l'ha invitata a sospendere nel frattempo la diffusione dei dati in Internet.

L'Autorità ha invitato, altresì, i mezzi di informazione a non divulgare i dati estratti dagli elenchi resi disponibili in Internet dall'Agenzia con le predette modalità.


Il tutto in chiara contraddizione con la decisione del 17 gennaio 2001, che potete leggere per intero qui.
Per sintetizzare:
Alcuni dati relativi a redditi dei contribuenti sono sottoposti per regolamento a forme di pubblicità. La diffusione in ambito giornalistico di tali dati è pertanto lecita.

Il secondo comunicato sulla vicenda, dai toni decisamente diversi dal primo, è del 2 maggio:
"Cio' che sta avvenendo conferma quanto paventato dal Garanteprivacy e l’opportunita' del suo intervento volto a farsospendere la pubblicazione sul sito dell’Agenzia delle entrate deidati delle dichiarazioni dei redditi dei contribuenti italiani. Ladiffusione in Internet, anche per poche ore, rende infattiingovernabile la circolazione e l’uso di questi dati cosi' comela loro stessa protezione".

E’ quanto afferma l’Autorita' Garante in riferimento allacircostanza che le dichiarazioni degli italiani sono ancora circolantiin rete grazie a sistemi che consentono la condivisione di file.

L’Autorità sottolinea che la accessibilita' dei dati inrete non significa che essi siano di per se' liberamente diffondibili da qualunque utente della rete; la loro ulteriorediffusione può esporre a controversie e conseguenze giuridiche.

L’Autorita' sta, comunque, monitorando attentamente la vicenda eha sollecitato l’Agenzia delle entrate a far pervenire, entrolunedi', gli elementi richiesti al fine di una piena valutazionedella vicenda.

Riassumendo: il Garante getta la spugna, ammette che una volta assorbiti dalla Rete i dati non sono più controllabili e tutelabili, e - cosa forse più allarmante - per limitare i danni minaccia gli utenti che li scaricano e li diffondono.
In altre parole, un ente pubblico (ma non un ente pubblico qualsiasi... parliamo dello Stato) diffonde a torto o a ragione dei dati per così dire "sensibili" (ci sono ancora dubbi a riguardo) e di tutta risposta a pagare chi sono? I cittadini.

Ai cittadini viene infatti intimato di non diffondere i dati che riguardano anche la loro persona. Se si ostinano a farlo, mettano in conto la possibilità di finire in tribunale. Ma non basta. In futuro, tanto per rincarare la dose, potrebbero trovarsi a pagare con le loro tasse i risarcimenti richiesti all'Agenzia dell'Entrate dal Codacons. Insomma, italiani ancora una volta cornuti e mazziati.

Il Codacons deve a questa vicenda un bel po' di pubblicità.
Dal TgFin di oggi:
il Codacons ha deciso di passare dalle parole ai fatti e dapprima ha chiesto un maxi-risarcimento da 20 miliardi di euro al Pubblico Ministero di Roma che indaga sulla vicenda. Ed ora invita tutti gli italiani il cui reddito è stato reso pubblico sul sito della Agenzia delle Entrate a chiedere l'indennizzo "per la grave violazione della privacy subita''. La richiesta di risarcimento a persona dovrebbe riguardare una cifra compresa tra i 500 e i 1.000 euro. E sarà lo stesso Codacons ad assistere tutti nell'operazione.

Trovo questa richiesta dell'associazione abbastanza sterile. Chiunque, quando sente parlare di risarcimenti (ovvero soldi facili), abbocca come una trota all'amo, soprattutto in periodi di ristrettezze come quelli attuali. Ma che senso ha che tutti gli italiani chiedano al proprio Stato un risarcimento di 20 miliardi? I soldi che escono dalle casse pubbliche ci tornano sotto forma di nostre tasse e imposte. A meno di non voler aumentare ancora di più il nostro allarmante deficit. Insomma, alla fine siamo sempre noi a pagare... Se i soldi arrivassero dal conto bancario di Visco, le cose sarebbero diverse. Ma questo è un autogol in piena regola.

Che al Codacons fossero alla ricerca di contatti e visibilità mi è parso abbastanza evidente quando sono andata sul loro sito e per scaricare il modulo mi è stato richiesto di iscrivermi alla newsletter. Una richiesta degna del miglior sito di vendite online.

A Visco i danni sinceramente li chiederei. Se non altro per quella frase infelice, per giunta smentita dall'evidenza, con cui si è giustificato a polemica innescata:
È un fatto di trasparenza una questione di democrazia e non vedo problemi. Basta guardare qualsiasi telefilm americano per scoprire che anche negli Stati Uniti e nel resto del mondo si fa così.

Negli Stati Uniti i dati relativi ai redditi sono assolutamente privati. Ci sono solo alcune eccezioni alla riservatezza totale che permettono, ad esempio, al buon vecchio Forbes di pubblicare ogni anno la classifica dei Paperoni del mondo. Dall'altro lato ci sono Paesi come la Finlandia (che considero decisamente più moderna e civile dell'Italia) che senza tante polemiche permette a chiunque mandi un sms di sapere i redditi dei suoi contribuenti. E' un problema? Forse no. O forse sì.

E' di sicuro un problema ben più serio che un viceministro all'Economia basi la sua conoscenza del mondo sui telefilm stranieri che, una volta in più, hanno dimostrato di essere uno specchio deformato della realtà. Certo, hanno un'attenuante: sono telefilm, pura fiction, non hanno pretesa di verità. I poveri sceneggiatori non potevano sapere che, dall'altra parte dell'Oceano, uno Stato stava prendendo provvedimenti sulla base del frutto della loro fervida immaginazione.
Dobbiamo aspettarci che in futuro i nostri politici riformino il sistema scolastico rifacendosi a South Park o la polizia rifacendosi a ChiPs?

30 aprile 2008

Quanto guadagni? Ora lo sapranno tutti

Ci sono alcune domande che non andrebbero mai fatte. Tra queste, sicuramente "Quanto guadagni?". Chi osa chiederlo, salvo elevatissimi livelli di confidenza, si sente apostrofare con parole poco gentili. E' un po' come domandare l'età o il peso a una donna non più giovane.
Grazie alla nuova trovata dell'Agenzia delle Entrate da oggi però non dovrete neppure scomodarvi a domandarlo, a vostro rischio e pericolo, al diretto interessato. Potrete semplicemente accedere al sito internet www.agenziaentrate.gov.it e digitare il nome della vostra "vittima" per soddisfare ogni vostra curiosità. Avrete accesso solo alle dichiarazioni dei redditi relative all'anno 2005. Mi dispiace, dovrete accontentarvi...

Mentre c'è chi s'indigna e chi si preoccupa per i propri dati sensibili, dall'Agenzia fanno spallucce e avviano lo scarica barile con il Garante della privacy. Che si dice all'oscuro di tutto...
Vediamo il riassunto della vicenda:
Le dichiarazioni dei redditi dei vip, ma anche quelle dei vicini di casa, sono consultabili sul sito dell'Agenzia delle Entrate: www.agenziaentrate.gov.it. Navigando ufficio per ufficio si possono trovare i redditi dichiarati da tutti i contribuenti. E' però in queste ore difficilissimo accedere al sito, verosimilmente per un boom di contatti. Dalla home page cliccare sul link "Uffici" (in alto a destra), quindi cliccare su «elenco uffici», da qui su «elenchi nominativi dei contribuenti» e infine su «consultazioni elenchi dichiarazioni», cliccare sulla regione della persona che si sta cercando, sulla provincia e sul comune e dopo aver inserito un codice di sicurezza presente sulla pagina stessa, scaricare il file che contiene il dato cercato. Ci sono nomi, date di nascita, redditi dichiarati e imposta pagata. Per conoscere dunque quanto ha guadagnato una determinata persona bisogna solo sapere in quale Comune ha presentato la dichiarazione dei redditi.

Ad autorizzare la pubblicazione degli elenchi di tutte le dichiarazioni dei contribuenti italiani, relative ai redditi del 2005, è un provvedimento del direttore dell'Agenzia delle Entrate, Massimo Romano, anticipato oggi in prima pagina dal quotidiano 'Italia Oggi'. Obiettivo, come scrive Romano, è "un quadro di trasparenza". Gli elenchi dei contribuenti, secondo quanto si legge nel provvedimento datato 5 marzo, sono stati già trasmessi ai Comuni e "ai fini della consultazione sono pubblicati in apposita sezione del sito internet http://ww.agenziaentrate.gov.it, in relazione agli uffici dell'Agenzia delle Entrate territorialmente competenti". Gli elenchi sono suddivisi in persone fisiche, società di persone, società di capitali e enti non commerciali e sono tutti in ordine alfabetico. "Tali disposizioni - spiega Romano - sono sottese a perseguire la finalità di interesse pubblico per realizzare un quadro di trasparenza e di circolazione dei dati, in possesso dell'amministrazione finanziaria in tema di dichiarazioni fiscali, mediante la pubblicazione di appositi elenchi".

PER ENTRATE C'E' OK GARANTE PRIVACY

La pubblicazione degli elenchi dei redditi di tutti i contribuenti italiani risponde alle regole sulla garanzia delle privacy. E' quanto sostiene l'Agenzia delle Entrate. "L'Autorità Garante per la protezione dei dati personali - scrive il direttore dell'Agenzia Massimo Romano nel provvedimento che ha autorizzato la pubblicazione degli elenchi - con decisioni del 17 gennaio 2001 e del 2 luglio 2003 ha affermato che la pubblicazione degli elenchi deriva da una precisa scelta normativa di consultabilità da parte di chiunque di determinate fonti, precisando che - e qui Romano cita testualmente il Garante per la privacy - non vi è incompatibilità tra la protezione dei dati personali e determinate forme di pubblicità di dati previste per finalità di interesse pubblico o della collettività".

GARANTE PRIVACY, NON SAPEVAMO NULLA

ROMA - "L'iniziativa dell'Agenzia delle Entrate non era mai stata sottoposta all'attenzione del Garante. Il collegio è riunito sta prendendo in esame la vicenda". E' quanto precisano gli uffici del Garante per la Privacy, a proposito della pubblicazione degli elenchi dei redditi di tutti i contribuenti italiani sul sito dell'Agenzia delle Entrate che, secondo lo stesso organismo, risponderebbe alle norme che regolano la protezione dei dati personali.

ADOC, PALESE VIOLAZIONE PRIVACY

Sarebbero migliaia i cittadini preoccupati e impauriti che in queste ore stanno telefonando all'Adoc, Associazione per la Difesa e Orientamento Consumatori, dopo la pubblicazione da parte dell'Agenzia delle Entrate sul proprio sito web dei redditi di tutti gli italiani relativi al 2005. E' quanto si apprende da una nota dell'Associazione, che considera l'iniziativa "una palese violazione della legge sulla privacy e un pericolo per l'aumento della criminalità e della violenza, dato che sono stati pubblicati dati sensibili sui redditi, ghiotta fonte di informazione per i criminali". "Abbiamo inviato una lettera al Garante per la privacy - afferma il presidente Adoc, Carlo Pileri - chiedendo l'attivazione di una procedura d'urgenza per inibire la continuazione della pubblicazione di dati sensibili sul sito". "Tra l'altro - continua Pileri - nella modulistica di dichiarazione dei redditi non risulta prevista né un'informativa riguardo la pubblicazione di tali dati né una clausola specifica di autorizzazione alla pubblicazione che costituisce ulteriore violazione della legge stessa".

Attualmente il sito non è accessibile. Nel pomeriggio è apparso per pochi minuti privo di css. Non sono riuscita a trovare i dati sotto accusa. Secondo il Corriere.it i link sarebbero già stati eliminati.
Le dichiarazioni dei redditi saranno anche pubbliche, ma come è possibile sbandierare ai 4 venti un dato tanto importante, che potrebbe alimentare la criminalità o mettere in imbarazzo i redditi più bassi? I dati sarebbero comodamente accessibili anche ai criminali che potrebbero scegliere le loro vittime (la residenza è indicata) come si sceglie una brioche al bar. Non stanno tranquilli neppure i più poveri. Solo recentemente a Basiglio una famiglia si è dichiarata discriminata perché non abbastanza ricca per uno dei comuni più benestanti d'Italia. Hanno parlato di una trappola per sottrarre loro i figli.
L'Autorità ha invitato, altresì, i "mezzi di informazione a non divulgare i dati estratti dagli elenchi resi disponibili in Internet dall'Agenzia con le predette modalità"

Basta fare un giro sui principali portali d'informazione per avere tutte le informazioni sui vip nostrani. Citando il Corriere.it:
Come rivelato sempre da «Italia oggi», ad esempio, nel 2005 un industriale come Luciano Benetton dichiarava un reddito imponibile di 1.635.722 euro, contro i 4.272.591 del comico Beppe Grillo ora diventato celebre per i V-day o i 3.580.995 di euro del più celebre Roberto Benigni. Il reddito non sembra tenere conto della fama: una celebre attrice come Sabrina Ferilli dichiarava un reddito di 423.829 euro decisamente inferiore ai 1.824.084 euro di una comica tv, allora più di nicchia, come Luciana Litizzetto.

15 febbraio 2008

Comprare casa in Italia: un'impresa soprattutto per i giovani

In questo periodo i prezzi delle case di tutta Europa stanno diminuendo. In Italia no. I prezzi, alle stelle dopo l'impennata avuta nel periodo successivo all'introduzione dell'euro, non si decidono a diminuire. Si allungano però i tempi di acquisto. Chi vende spara troppo alto, chi compra troppo basso. E nelle contrattazioni necessarie a far coincidere la cifra richiesta con la cifra proposta, passano mesi e mesi.

Il costo della vita è aumentato e continua ad aumentare. Gli stipendi, per i fortunati che lavorano, sono stabili. Il lavoro precario, in compenso, è sempre più gettonato. E la flessibilità, in Italia, è sempre più in uscita che in entrata. A completare questo quadro di desolazione ci si mette anche la BCE, che mantenendo ormai da oltre un anno e mezzo il tasso di sconto al 4%, rende le rate dei mutui improponibili. Le banche, anche quelle che non finanziano l'immobile per oltre l'80% del suo valore, vogliono garanzie su garanzie e rendono possibile a molti giovani l'acquisto della prima casa solo con la "firma dei genitori": si torna bambini, al rientro sui banchi di scuola dopo un'influenza.

Le agenzie immobiliari incassano il colpo. A volte si lamentano dei venditori che "esagerano" con le loro richieste, altre volte puntano su iniziative di grande impatto mediatico: è il caso della Remax che, con i "saldi immobiliari", dal 14 gennaio al 29 febbraio propone a prezzi scontati 500 dei suoi 10mila immobili. Nulla di particolarmente eclatante: solo il 5% del suo parco "mattoni".
Anche se la parola "saldo" richiama sempre il mio interesse (perfino se si tratta di lenticchie all'inizio dell'anno nuovo), in questo caso non ho gridato al miracolo. La casa è un acquisto che va ponderato, sofferto, valutato con attenzione. Per chi non ha la fortuna di avere un conto in banca con troppi zeri, è l'acquisto della vita. Il termine "saldi" lo collego invece all'acquisto d'impulso: alla gonna troppo corta o alla giacca dal colore troppo sgargiante che chiunque almeno una volta ha comprato perché era un "affare" ma che poi ha dimenticato nell'armadio con l'etichetta ancora attaccata.

"Saldi immobiliari" è un controsenso. Non si devono svuotare i magazzini. Le case non passano di moda, anzi, dovrebbero essere l'unico bene che dura (come direbbe l'irlandese Rossella O'Hara in Via col Vento).
Non mi è neppure del tutto chiaro il loro meccanismo di funzionamento. Qua'è in questo caso il "prezzo scritto sul cartellino"? Il valore di mercato dell'immobile o la cifra proposta (o dovrei dire troppo spesso esagerata) dal venditore? E' questo soggetto, in fin dei conti, che fissa il prezzo.
L'agenzia prende una percentuale (un 3%, in un solo caso c'è stato richiesto un 4% giustificandolo sulla base di "servizi aggiuntivi rispetto alle concorrenti") sul valore d'acquisto della casa.
Invece di fare questi "saldi", limitati per altro a 500 immobili, perché non persuadono i venditori a proporre dei prezzi ragionevoli (non a rimetterci, sia chiaro, ma a non sopravvalutare la loro proprietà) e, per dare un segnale forte, non riducono le loro commissioni?
Cito a riguardo una notizia diffusa dall'Aduc:
U.E. / Agenzie immobiliari italiane: pochi servizi a caro prezzo
Agenti immobiliari italiani tra i piu' cari d'Europa, che rendono ai consumatori servizi carenti, applicando commissioni uniformi (cartello), facendo pagare circa il 3% del valore dell'immobile sia l'acquirente, sia il venditore. La conseguenza e' che il livello di case che sono vendute tramite agenzia, in Italia e' molto basso (50%), mentre in Gran Bretagna si arriva al 90%, applicando una commissione media dell'1,45%. Cosi', per un acquisto di 250 mila euro, italiani, francesi, spagnoli e austriaci pagano 15/17 mila euro all'agenzia, mentre i fortunati inglesi solo 4 mila.
Dati: studio Commissione Ue, Zerp (universita' di Brema), Nomisma, Altroconsumo