Partiamo subito con il fulcro di questo post, ovvero questo quadro, noto col duplice nome di "La ragazza col turbante" e "La ragazza con l'orecchino di perla":
Nel 2003 è uscito un film col titolo La ragazza con l'orecchino di perla, ispirato alla vita del pittore Johannes Vermeer e del suo celebre quadro:
Il risultato? L'opera è diventata famosa anche presso un pubblico allargato e, come sempre succede in questi casi, è diventato oggetto di consumo di massa. In formule nuove (e in alcuni casi completamente snaturato del suo fascino originale) è andata a decorare le pareti di molte abitazioni, non necessariamente di appassionati d'arte.
Ecco le sue versioni più "pop" e creative che ho trovato in rete.
Versione riprodotta con bottoni (davvero ammirevole):
Acquista online il modello e "divertiti" a piantare i chiodini sul muro nel punto giusto per ottenere questo splendido esempio di "string art":
Come sarebbe la ragazza del quadro... oggi:
Taking pics in front of the mirror:
L'arte della stiratura:
Visualizzazione post con etichetta arte. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta arte. Mostra tutti i post
17 gennaio 2013
16 dicembre 2012
Scott Wade, l'uomo che ti trasforma l'auto sporca in un'opera d'arte
Da ragazzini credo sia capitato a tutti almeno una volta di trovare un'auto o un fiorino particolarmente polveroso e di lasciarci un messaggio per il proprietario:
Oggi con mio grande stupore ho scoperto che c'è chi riesce a trasformare un'auto polverosa in una vera e propria forma d'arte. Ecco un video molto interessante che mostra uno di questi artisti, Scott Wade, al lavoro. E' interessante vedere la preparazione richiesta da questa tecnica. Insomma, non devono aspettare la Paris Dakar per mettersi all'opera:
Di solito l'arte viene vissuta come una scalata verso l'immortalità. Michelangelo o Leonardo sono morti da secoli, eppure le loro opere sono ancora lì a ricordarceli. Woody Allen in una delle sue più celebri citazioni ha ironizzato proprio su questo concetto: "Non voglio raggiungere l'immortalità attraverso le mie opere; voglio raggiungerla vivendo per sempre. Non mi interessa vivere nel cuore degli americani; preferisco vivere nel mio appartamento".
Non è questo il caso. Se avete seguito la parte finale del video avrete di sicuro ascoltato il "messaggio spirituale" di Scott Wade: la sua opera non sarà lì per sempre, come i fiori fiorisce e poi muore, quindi è un invito a godere le bellezze del presente. Carpe diem.
Ecco un bel servizio dedicato a Scott Wade, con altri esempi e un po' della sua storia (SPOILER: mi ha fatto molto ridere quando ripercorrendo il successo virale delle sue opere ha detto "that's weird, who wants to look dirty pictures on the Internet?"):
E ora una carrellata delle opere che preferisco di Scott Wade così lo potrete apprezzare in tutta la sua abilità.
John William Waterhouse è uno dei miei artisti preferiti e quando ho scovato questa rivisitazione de "Ila e le Ninfe" non ho potuto non metterlo in cima (anche per la complessità nella versione da parabrezza).


La grande (e celebre) onda di Hokusai
Alice nel paese delle meraviglie
Natura selvatica (notare il tergicristallo usato come coda)
Einstein ed Edison nella stessa auto
I fratelli Marx (la resa di Chico è impressionante)
I cani che giocano a poker non potevano mancare:
Monte Rushmore
E visto che siamo a ridosso del Natale...
Altre opere le trovate sul sito ufficiale: http://dirtycarart.com/
Anche se per realizzarle Wade ci mette relativamente poco (qualche decina di minuti contro le ore che richiederebbe la tela), mi domando chi potrebbe mai avere il coraggio di lavare l'auto...
Oggi con mio grande stupore ho scoperto che c'è chi riesce a trasformare un'auto polverosa in una vera e propria forma d'arte. Ecco un video molto interessante che mostra uno di questi artisti, Scott Wade, al lavoro. E' interessante vedere la preparazione richiesta da questa tecnica. Insomma, non devono aspettare la Paris Dakar per mettersi all'opera:
Ecco un bel servizio dedicato a Scott Wade, con altri esempi e un po' della sua storia (SPOILER: mi ha fatto molto ridere quando ripercorrendo il successo virale delle sue opere ha detto "that's weird, who wants to look dirty pictures on the Internet?"):
John William Waterhouse è uno dei miei artisti preferiti e quando ho scovato questa rivisitazione de "Ila e le Ninfe" non ho potuto non metterlo in cima (anche per la complessità nella versione da parabrezza).
Mona Lisa su Notte Stellata di Van Gogh
La grande (e celebre) onda di Hokusai
Anche se per realizzarle Wade ci mette relativamente poco (qualche decina di minuti contro le ore che richiederebbe la tela), mi domando chi potrebbe mai avere il coraggio di lavare l'auto...
17 luglio 2008
"La Moratti è morta"
.jpg)
Il sindaco di Milano, gambe all'aria, nel bidone dell'immondizia. Non un fotomontaggio, ma un'opera d'arte firmata Alessandro Acerra. A sostenerla la “Galleria indipendente Famiglia Margini” di Milano, nell'ambito della mostra collettiva Freiheit.
Nessun riferimento "personale" per la curatrice della mostra, Paola Fiorido: "non è un’offesa al sindaco, ma è il modo scelto dall’arte per parlare dei problemi di chi fa cultura in questa città, dalle mostre censurate alla scomparsa del mecenatismo". I Mecenate sono morti, speriamo ne arrivino di nuovi.
"Il mecenate è morto" ha creato panico a Bologna. Alcuni hanno addirittura chiamato il 113. Vedendo il video, c'è da crederci. Come avreste reagito a qualcuno che si porta in treno uno zaino da cui spuntano delle gambe?
9 luglio 2008
Ultima cena. Una teoria credibile
Recentemente il programma di La7 Atlantide ha dedicato una puntata speciale a Leonardo da Vinci.
A colpirmi è stata soprattutto un'interpretazione - che non ho trovato altrove - del Cenacolo. Al posto della Maria Maddalena prospettata da Dan Brown, nel suo discusso "codice da Vinci", ci sarebbe la Vergine Maria, addolorata per l'annuncio della prossima morte del suo unico figlio. Giuda non comparirebbe nel dipinto se non come mano che impugna un coltello. Si racconta infatti che Leonardo avesse avuto molte difficoltà a trovare un volto per Giuda, colpevole di un'azione infamante e odiosa. Il dipinto aveva proprio per questo richiesto molto tempo prima di essere ultimato, causando non poche perplessità ai domenicani del convento di Santa Maria delle Grazie. Meglio quindi non rappresentarlo, se non nel suo gesto violento di tradimento. In effetti la mano non è ricorducibile ad alcun corpo, a meno di non voler ignorare le leggi della prospettiva e le regole di anatomia che Leonardo però conosceva come le sue tasche.
A confermare la presenza di Maria al fianco di Gesù ci sarebbe anche un precedente dipinto di Leonardo, nel quale la Madonna è ritratta nella medesima posizione e con gli stessi lineamenti del presunto Giovanni.
Di certo è più credibile della teoria di Dan Brown.
Wikipedia è invece di altro avviso:
Il coltello "misterioso" è infatti impugnato da Pietro, così come in innumerevoli altri dipinti rinascimentali con questo stesso soggetto (Domenico Ghirlandaio, Luca Signorelli, Pietro Vannucci detto il Perugino, Andrea del Castagno, Jacopo Bassano, Jean Huguet, Giovanni Canavesio, solo per citarne alcuni) ed è in diretto rapporto con la scena successiva, in cui l'apostolo con quel coltello (una machaira, ovvero un grosso coltello con la lama ricurva, nel testo originale greco) taglierà l'orecchio a Malco, il servo del Gran Sacerdote (Gv 18:10). In questo caso Pietro tiene il braccio piegato dietro la schiena, col polso appoggiato all'anca, posa riscontrabile in tutte le numerosissime copie dell'Ultima cena e in uno schizzo dello stesso Leonardo
3 luglio 2008
Leonardo da Vinci in formato videclip
Reinventare un capolavoro indiscusso della storia dell'arte è un'impresa audace o folle. Le polemiche sono quasi inevitabili.
Ne sa qualcosa Peter Greenaway che ha "ricreato" il Cenacolo di Leonardo da Vinci, aggiungendogli luci e suoni, a ottenere una sorta di ologramma. Niente di così rivoluzionario - le luci richiamano la tipica rappresentazione della divinità - ma a far discutere è stata soprattutto la presentazione dell'opera "for the laptop generation".
Per gli studiosi che hanno votato la loro vita al genio di Leonardo, l'intervento di Greenaway equivale a una bestemmia. Vittorio Sgarbi, intervistato dal Guardian, ha però commentato: "ha riconsacrato il dipinto dopo che Dan Brown lo aveva sconsacrato".
Per Greenaway si tratta di atto d'amore verso Leonardo che, se fosse vivo oggi, "non sarebbe interessato a fare film, ma vorrebbe maneggiare fotocamere ad alta risoluzione e sarebbe affascinato dall'era post digitale". Insomma, sarebbe alle prese con gli ologrammi.
L'opera poteva essere dissacrante, ma l'intento dell'autore non era quello. Era di riaffermare il valore dell'arte troppo spesso trattata nel modo superficiale e familiare della "scatola di cioccolatini o della maglietta stampata".
Non resta che ammirare il nuovo Cenacolo...
Ne sa qualcosa Peter Greenaway che ha "ricreato" il Cenacolo di Leonardo da Vinci, aggiungendogli luci e suoni, a ottenere una sorta di ologramma. Niente di così rivoluzionario - le luci richiamano la tipica rappresentazione della divinità - ma a far discutere è stata soprattutto la presentazione dell'opera "for the laptop generation".
Per gli studiosi che hanno votato la loro vita al genio di Leonardo, l'intervento di Greenaway equivale a una bestemmia. Vittorio Sgarbi, intervistato dal Guardian, ha però commentato: "ha riconsacrato il dipinto dopo che Dan Brown lo aveva sconsacrato".
Per Greenaway si tratta di atto d'amore verso Leonardo che, se fosse vivo oggi, "non sarebbe interessato a fare film, ma vorrebbe maneggiare fotocamere ad alta risoluzione e sarebbe affascinato dall'era post digitale". Insomma, sarebbe alle prese con gli ologrammi.
L'opera poteva essere dissacrante, ma l'intento dell'autore non era quello. Era di riaffermare il valore dell'arte troppo spesso trattata nel modo superficiale e familiare della "scatola di cioccolatini o della maglietta stampata".
Non resta che ammirare il nuovo Cenacolo...
7 maggio 2008
"Rumore: un buco nel silenzio". Un'occasione mancata
Lo spazio Oberdan ospiterà ancora per alcuni giorni la mostra "Rumore: un buco nel silenzio". Un'interessante recensione dal titolo "Da russolo a yoko ono
quando l'arte fa rumore" è comparsa su Repubblica a firma di Barbara Casaveccia. La riporto integralmente, per poterla ritrovare anche in futuro:
«Il silenzio non esiste: succede sempre qualcosa che produce un suono». Il padre del movimento Fluxus e dell'arte concettuale, John Cage, spiegava così il suo celebre brano muto 4' 33'': una «pausa» che costringe il pubblico a concentrarsi sui fruscii, i respiri, i battiti del cuore resi evidenti dall'assenza di musica. Ad affinare, insomma, la capacità d'ascolto. La mostra Rumore: un buco nel silenzio, che s'inaugura oggi alle 18 allo Spazio Oberdan, rivolge agli spettatori lo stesso invito a prestare attenzione alla propria «colonna sonora», giocando coi livelli di volume.
Curata da Giacinto Di Pietrantonio, è una versione ridotta - e ritagliata su misura per i volumi sempre un po' claustrofobici della Provincia - di una collettiva allestita in Belgio l'estate scorsa, in occasione del festival di poesia di Watou organizzato da Gwy Mandelinck. A ognuna delle 22 opere è abbinato (a parete) il testo di una poesia, da Pessoa a Sbarbaro, suggerendo un dialogo possibile, ma a «parlarsi» sono anche molti lavori. S'inizia fuori, davanti all'ingresso, con un duetto tra i versi di Nel silenzio di Montale (Oggi è sciopero generale /nella strada non passa nessuno…) e Conductor di Kris Martin, una bacchetta da direttore d'orchestra fissata al ramo di un albero, mossa a caso dal vento. Lungo le scale, invece, rimbomba Risveglio di una città (1914) del futurista Luigi Russolo, teorico dell'Arte del Rumore e pioniere di tanta musica sperimentale novecentesca. Rendono omaggio alle ricerche Fluxus anche gli ironici «pianoforti preparati» riuniti nel salone (provenienti da una mostra del '90 alla Mudima, Pianofortissimo), firmati da Cage, La Monte Young e Giuseppe Chiari, mentre Yoko Ono traduce in scultura una sua vecchia canzone, We are all water.
La mitica performance di Joseph Beuys e il coyote del '74 è incastonata tra The American Desert di Mungo Thomson (che cancella dai cartoni di Wile Coyote e Bip Bip protagonisti e voci) e Deeparture di Mircea Cantor, che al contrario, filma un'altra coppia predatore/preda in una stanza bianca e vuota. Avanzano in silenzio i video poetici di William Kentridge e Marcel Brodthaers, mentre i colpi con cui Jimmy Durham lapida un frigorifero, emblema opulento della società dei consumi, e il ronzio dei generatori accesi da un gruppo di disoccupati albanesi, ritratti da Adrian Paci, scatenano ondate cacofoniche. Nelle salette laterali, si confrontano due giovani artisti italiani: Diego Perrone, con La Stanza dei Cento Re che Ridono, una «quadreria» di dipinti celebri ritoccati digitalmente, e Lara Favaretto, che da una scatola nera fa scaturire Una risata che vi seppellirà (Omaggio a Gino De Dominicis).
Nel film in 16 mm di Jordan Wolfson, il discorso che Chaplin pronuncia al termine de Il Grande Dittatore viene tradotto in linguaggio «muto» per non udenti, mentre il commovente The Hand di Melik Ohanian assembla nove monitor, che inquadrano altrettante coppie di mani, callose e tormentate. Girato in Armenia nel 2002, racconta così le vite dei loro possessori, rimasti senza lavoro dopo il crollo del blocco sovietico.
La mostra mi ha lasciata perplessa. Guardando la gallery riportata su Repubblica ho capito anche il perché. Gli spazi della Provincia sono troppo limitati per una rassegna così intima ed eterogenea. Come poter apprezzare dei filmati tra loro diversissimi eppure riuniti nella stessa stanza, con l'audio di uno che va a sovrapporsi a quello dell'altro? L'attenzione viene distolta dai troppi stimoli visivi e l'udito non riesce a isolare i singoli suoni. Non svolgono al meglio il loro compito neppure gli altoparlanti, che rendono le risate dell'omaggio a Gino De Dominicis talmente metalliche da essere confondibili con uno starnazzare di polli in batteria. Poco spazio per l'arte, ancor meno per la riflessione che opere di questo livello avrebbero meritato. Peccato, al giorno d'oggi si sente il bisogno di assaporare il silenzio e i suoni che sanno infrangerlo con violenza o poesia. Si sente anche il bisogno di spazi dedicati, isole risparmiate dal caos moderno, in cui rimanere un po' a contatto con se stessi. Peccato davvero. Un'occasione decisamente mancata...
''Shoja'', 1998
21 aprile 2008
Tiny art, mini Monna Lisa
Un artista dell’Hampshire ha dipinto una Monna Lisa quattro volte più piccola di un comune francobollo: 11 millimetri di altezza per 7 di larghezza.
Tradotto da Ananova
Andrew Nicholls, 44, di Farnborough, instancabilmente ha ricreato la Gioconda in scala 1:70, un vero e proprio record del mondo.
Gli strumenti usati? Un pennello standard 0000, con pochissime setole affinate, un pezzo di carta come tavolozza e, ovviamente, una lente d’ingrandimento.
“Per 5 anni – ha spiegato Nicholls - ho prodotto ritratti in miniatura per le case delle bambole e adesso posso farne uno in circa un’ora. Il dettaglio della Monna Lisa era molto più difficile e per questo volevo farcela. Sarebbe incredibile vedere il mio lavoro vicino all’originale, così la gente potrebbe avere un’idea della scala”.
Il precedente record era detenuto da Yves Gerard (Lussemburgo), per una riproduzione di 9 x 13 millimetri conservata al Musee de la Miniature di Drôme, in Francia.
Iscriviti a:
Post (Atom)




