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22 maggio 2009

Il purgatorio dei Precari

I precari in Italia sono in continuo aumento. Non hanno voce perché praticamente nessuno li rappresenta, ma i lavoratori con contratto a/in scadenza sono ormai milioni e milioni. In un Paese dove si è preferito rispondere alle sfide della concorrenza globale con la precarietà e non con la flessibilità, i lavoratori senza posto fisso non solo hanno meno rassicurazioni sul futuro, ma ricevono anche meno di quello che danno. Molto ma molto meno. E non solo in termini di riconoscimenti professionali, di carriera, di retribuzioni e di regolarità retributiva. Le cifre che li riguardano fanno indignare: i precari versano contributi per 9,3 miliardi di euro, ma ne vedrebbero ritornare solo 350 milioni di euro in pensioni pagate. Non basta lo sfruttamento intensivo e brutale da parte delle aziende. Ci si mette perfino lo Stato, che vessa fino allo sfinimento una categoria già di per sé debole. E' questo il precariato made in Italy: una massa zittita e ignorata di milioni di lavoratori che sognano di uscire dal loro purgatorio lavorativo con un'assunzione a tempo indeterminato.

16 febbraio 2009

Il paese delle caste

Non adoro gli Stati Uniti. Ho sempre preferito la buona vecchia Europa, più dimessa, più decadente, ma di sicuro più realista, meno propensa a prendersi troppo sul serio. C'è una cosa che però invidio agli statunitensi: le infinite possibilità che hanno.
Stamattina - durante un'attesa di 4 ore, sembrata molto più lunga in ambulatorio, tra il rimbecillimento che solo l'odore dell'alcool misto al caldo-umido e la sveglia alle 6 del mattino può regalarmi - ho iniziato a prestare attenzione a quello che mi passava nelle cuffie del mio lettore mp3. C'era una vecchia - ma neanche troppo - canzone di Maria Montell, "And So The Story Goes".

Ho ascoltato soprattutto una frase
This small town girl needs to fly
To reach her dream in the sky

e mi è subito venuto il buonumore. Cosa c'è di meglio di cambiare città per realizzare un sogno?
Ho iniziato a pensare, complice anche la puntata del Testimone trasmessa ieri sera, che negli Stati Uniti è davvero possibile realizzare i sogni più ambiziosi. Ho pensato ai miliardari della Silicon Valley, che sono riusciti a emergere dal nulla, con ottime idee e con un po' di furbizia nel ricercare finanziatori. Insomma, anche se i soldi non li hai, c'è sempre qualcuno disposto a investire su di te se hai qualcosa di buono - o presunto tale - da proporre.

Mentre pensavo a tutto questo (con la massima invidia nel cuore) ho iniziato a sfogliare "Leggo". Sarebbe stato meglio non l'avessi fatto... Ho letto l'articolo tratto da questo lancio Ansa.
BANKITALIA: ITALIA INGESSATA, SCALATA SOCIALE DIFFICILE
ROMA - Classi impermeabili, quasi immobili, da cui è difficile emanciparsi e in cui è ancora più difficile entrare. L'immagine della società italiana è sempre più quella di una collettività statica, dove la mobilità va progressivamente scomparendo. E, nell'arco di dieci anni, la famiglia ricca rimane ricca, la povera povera.

A delineare un quadro ben poco promettente, nel quale la sfida sociale non esiste, è uno studio realizzato da un ricercatore di Bankitalia, Andrea Neri, pubblicato tra i temi di discussione di via Nazionale. Il dossier è ricco di tabelle, cifre che una volta snocciolate sembrano quasi la trama di un film neorealista nel quale il salto da una classe sociale all'altra appare difficile.

L'indagine fotografa due diversi periodi - gli anni 1989-1998 e 1995-2004 - e mostra che, con il passare degli anni, la possibilità di muoversi sulla scala sociale si è ridotta, facendo dell'Italia un Paese ingessato. Nei nove anni tra il '95 e il 2004 infatti, ''la mobilità è stato un fenomeno che ha interessato meno di un quarto delle famiglie italiane: - scrivono i ricercatori - circa il 13% ha sperimentato movimenti verso l'alto, mentre circa l'11% è precipitato in una classe inferiore". Il dato più significativo è però che nel complesso il 44% delle famiglie italiane è rimasto, per tutti i nove anni presi in considerazione, nel segmento più basso della società, senza mai distaccarsi, neanche per un anno o due, dalla classe più povera.

I pochi passaggi che si verificano avvengono generalmente tra livelli contigui, mentre le famiglie al top della scala sociale, così come quelle al fondo, hanno appena il 5% delle possibilità di spostarsi in modo permanente ai due estremi della società, saltando i gradi intermedi. In dettaglio, secondo i dati di Bankitalia, il 75,3% delle famiglie che nel 1995 si trovavano della classe più bassa della società (divisa in 4 classi) mantenevano nel 2004 la stessa posizione sociale (pur con qualche minimo e temporaneo scostamento nella classe superiore).

Allo stesso modo il 75% delle famiglie più ricche si è ritrovato a nove anni di distanza esattamente allo stesso livello. Il 19,9% è sceso di un gradino e il 4,1% di due gradini. Appena l'1% è precipitato all'ultimo scalino della scala sociale, ancora meno del 3,6% che é invece saltato in alto dal livello più povero a quello più ricco.

"La probabilità di muoversi dipende fortemente dalla posizione che si occupa all'inizio - commentano i ricercatori - che è strettamente legata alla situazione economica dei genitori. Si tratta di un fattore particolarmente importante quando si parla di mobilità verso l'alto. L'accesso alla classi superiori sembra infatti quasi impossibile per le famiglie che si trovano al gradino più basso della scala sociale". Niente da fare invece per le altri variabili socio-economiche: il livello di istruzione, la professione o l'età del capofamiglia - secondo quanto risulta dall'indagine - non riescono a spiegare la mobilità tra classi sociali.

Abbastanza triste, soprattutto per i giovani di questo Paese che sembra sempre più destinato all'estinzione. Alcune lauree però offrono una via d'uscita: i laureati in ingegneria - alcuni rami in particolare - e nelle materie scientifiche sono molto ricercati. All'estero. Così si continua a perpetuare una doppia beffa per questo Paese: finanzia gli studi per nuovi talenti che vanno a portare benefici ad altri Paesi. Gli Stati Uniti li accolgono sempre a braccia aperte. Nella Silicon Valley gli stranieri erano prevalentemente indiani (complice un'istruzione informatica molto ben organizzata) e - guarda caso - gli italiani.
Credo che il valore di un Paese si possa leggere sulla base del futuro che riesce a regalare ai suoi figli. Un Paese che va lasciato per realizzare i propri sogni - o non sprecare il proprio talento -, forse non è il Paese dove val la pena di vivere...

12 febbraio 2009

Il cancro fa perdere il lavoro

Un figlio malato di tumore è già di per sé una tragedia. Ma ancora peggio è dover preoccuparsi ella sopravvivenza della propria famiglia dopo che si è perso il lavoro a causa delle assenze prolungate dovute alla malattia del figlio.
Un bambino o un ragazzo che affronta una battaglia così grande (spesso insostenibile per un adulto) non può essere lasciato a se stesso. Eppure si impone ai genitori di scegliere se dedicargli le attenzioni dovute o se continuare a portare a casa lo stipendio che serve per vivere. Come possono gestire una simile situazione i milioni di precari e di autonomi che spesso non sono tali per propria scelta ma perché le aziende non vogliono costi fissi?
Un genitore su quindici si trova in questa drammatica situazione.
La notizia sull'Ansa di oggi
TUMORI:SE FIGLIO MALATO, UN GENITORE SU 15 PERDE LAVORO
ROMA - Un genitore su quindici di bambini malati di tumore perde il lavoro a causa delle prolungate assenze fatte per assistere il figlio. Questo è uno dei risultati dell'indagine sulle famiglie realizzata dall'associazione Peter Pan, in occasione della VII Giornata Mondiale contro il cancro infantile. "Tenendo conto delle 5 fasi della malattia, diagnosi, chemioterapia, chirurgia, radioterapia e follow up - ha spiegato Raffaele Cozza, dell'Unità Operativa di Oncologia Pediatrica dell'Ospedale Bambino Gesù di Roma - le giornate dedicate all'assistenza sono circa 150 all'anno". Esistono già strumenti normativi a tutela dei genitori, come la legge 104/1992 che concede congedi parentali e un assegno di accompagno ma si tratta di un provvedimento "insufficiente e inadeguato" secondo Maria Teresa Barracano Fasannelli, presidente onorario dell'associazione Peter Pan, perché garantisce tutele solo ai lavoratori dipendenti, lasciando fuori artigiani, lavoratori autonomi e i lavoratori precari. Dall'indagine emerge anche un'altra questione cardine, per la quale la Fiagop, Federazione Italiana Associazioni Genitori Oncoematologia Pediatrica Onlus, chiede una rapida revisione della legge 104, vale a dire i tempi di attesa lunghissimi che intercorrono tra la presentazione delle domande e l'ottenimento dei benefici. Nel 26% dei casi trascorrono tra 1 e 2 mesi, nel 40% tra i 3 e i 4 mesi e nel 13% dai 6 ai 12 mesi. (ANSA)

A perdere il lavoro sono nella maggior parte dei casi gli stessi lavoratori in malattia. I tumori mediamente comportano periodi di terapie e convalescenze prolungate, se non addirittura invalidità permanenti. Per un malato che si sottopone a chemioterapia - e che magari non abita proprio a un passo dall'ospedale che gli fornisce le cure - ci sono viaggi continui da compiere, malessere a casa e difese immunitarie ai minimi storici. Andare in ufficio non è proprio indicato. Ma in caso di malattia, dopo un lasso di tempo indicato nel contratto collettivo, il lavoro viene perso. Ci sono passata con mio padre, che allora era l'unico ad avere in famiglia un reddito, e se non avesse avuto la "fortuna" di scoprire la sua malattia a settembre (a cavallo quindi tra 2 annualità diverse), avrebbe perso il lavoro entro l'anno nuovo. E i malati e i loro familiari sanno molto bene quanto costino le cure, quanto costi l'assistenza (sia che la facciano personalmente, sia che la deleghino a infermieri) e quanti prodotti o medicine che alleviano le sofferenze del malato non siano mutuabili.
Mi sembra che in Italia ci sia un'ipocrisia di fondo: si inneggia alla vita, al rispetto per i malati, ma questi sono sempre abbandonati alle loro famiglie, che per giunta si trovano a essere penalizzate lavorativamente per questa situazione. Da un lato politici e vertici religiosi portano avanti delle crociate per obbligare i medici e i familiari dei malati in condizioni disperate a non sospendere l'alimentazione e l'idratazione (meglio sospendere i farmaci causando trombosi o ictus?), dall'altro non si sostengono abbastanza le persone che stanno lottando per sé o per i propri cari e che avrebbero la possibilità e soprattutto che vorrebbero, una volta guarite, riprendere la loro vita di sempre, magari con maggiore forza interiore. Sempre che il lavoro sia lì ad aspettarli...

26 settembre 2008

Lunga vita ai bamboccioni? Non scherziamo

L'Ansa di oggi titolava "Cassazione: figlio si licenzia, padre deve mantenerlo", ma come spesso avviene il titolo è fin troppo semplicistico. I genitori non sono obbligati a mantenere a vita i figli bamboccioni che si cullano sui banchi di scuola, magari studiando poco e facendo la vita degli eterni adolescenti. Dall'altro lato capita spesso di vedere giovani o giovanissimi intraprendere una strada lavorativa quasi per obbligo e poi pentirsene. Questa sentenza potrebbe aiutare quei giovani che hanno avuto la sfortuna di iniziare troppo presto un percorso lavorativo non gratificante e che, per giunta, non hanno il minimo appoggio dalla loro famiglia.
La storia del ventenne David, che dai prosciutti in salumeria vorrebbe passare a tagli e messe in piega, dà da riflettere.
ROMA - Quando un figlio ci ripensa e decide di licenziarsi per seguire studi o corsi di formazione che lo aiutino ad esercitare il mestiere che davvero vuole fare, i genitori - specie se il ragazzo è molto giovane ed ha avuto 'precocemente' l'esperienza lavorativa - non possono sottrarsi all'obbligo di riprendere a mantenerlo sostenendo che tale onere "non si ripristina in caso di abbandono del lavoro". A dirlo é la Cassazione con una sentenza che garantisce una chance a chi, magari poco più che adolescente, ha accettato il primo posto che gli è capitato, salvo poi scoprire di voler riprendere a studiare per trovare un'occupazione più adatta alle sue inclinazioni.

Il verdetto della Suprema Corte - in sostanza - non è a vantaggio dei figli eterni 'Tanguy' studenti, specializzandi o magari professionisti ma che non se ne vanno mai da casa, piuttosto è a favore dei ragazzi che troppo presto, forse anche per sfuggire alle difficoltà della separazione dei genitori, hanno smesso di coltivare le loro aspirazioni. In particolare i giudici del 'Palazzaccio' - con la sentenza 24018 - hanno respinto il ricorso di un padre, Salvatore L., che non voleva dare 300 euro mensili al figlio David di venti anni, dopo che il ragazzo si era licenziato dall'azienda nella quale, giovanissimo, prima come apprendista e poi come operaio, aveva lavorato come disossatore di prosciutti. Era stata la mamma separata del ragazzo a chiedere all'ex marito - che nel frattempo si era costruito una nuova famiglia e non aveva troppa voglia di limare il budget domestico - un contributo affinché il ragazzo potesse frequentare un corso per diventare parrucchiere, desiderio che aveva maturato durante gli anni passati a sezionare cosciotti.

Sia i giudici del Tribunale di Modena, nel marzo 2004, sia quelli della Corte di Appello di Bologna, nel dicembre dello stesso anno, dissero sì alla richiesta. Adesso, senza successo, Salvatore ha protestato in Cassazione per scrollarsi il peso di quell'assegno mensile. Piazza Cavour gli ha risposto picche dicendo che "non ha colpa il figlio che rifiuta una sistemazione lavorativa non adeguata rispetto a quella cui la sua specifica preparazione, le sue attitudini ed i suoi effettivi interessi siano rivolti, quanto meno nei limiti temporali in cui tali aspirazioni abbiano una ragionevole possibilità di essere realizzate, e sempre che tale atteggiamento di rifiuto (nel proseguire a lavorare) sia compatibile con le condizioni economiche della famiglia".

28 maggio 2008

Laureati disoccupati? Forse è colpa delle troppe lodi

Ma se tutti prendono sempre il massimo dei voti, chi può essere il migliore?
(Apcom) In Italia uno studente su tre termina la laurea triennale con la votazione massima di 110, ma non sempre merita una valutazione così alta: secondo il sito lavoce.info il fenomeno deriverebbe dal punteggio troppo elevato attribuito alle tesi di laurea e dalla possibilità di inserire nel curriculum accademico insegnamenti "complementari" che nel computo finale valgono come quelli fondamentali. Secondo l'articolo, scritto da Salvatore Modica, la possibilità di prendere 110 al termine del primo triennio determinerebbe un appiattimento verso l'alto e un mancato aiuto al mondo del lavoro interessato ad interpretare al meglio le competenze del laureato.

"Se il voto più alto è così frequente - sostiene Modica, docente di Economia Politica presso l'università di Palermo - non dà alcun segnale al mondo del lavoro: hai preso 110? Bene, ma lo prende uno studente su tre. La causa di questa estrema anormalità nella distribuzione è il punteggio attribuito alla tesi di laurea, che fa appiattire sul 110 quasi tutti i laureati che negli esami hanno ottenuto una media da 27 in su".

Ma ad essere "sbilanciata verso l'alto" sarebbe anche "la distribuzione dei voti per esame: infatti considerando solo le materie più importanti - fa sapere l'accademico economista - si ottiene una più significativa distribuzione normale". "Lo studente - continua Modica - si può accontentare di un 23 in una materia difficile e poi 'aggiustare' la media con molti 30 nelle 'materie cuscinetto'. Tuttavia, il meccanismo è noto ai potenziali datori di lavoro, che infatti prendono in considerazione solo i voti nelle materie significative".

I dati emergono dalla distribuzione dei voti di laurea dei 20 mila intervistati nell'indagine occupazionale Stella - Statistica in tema di laureati e lavoro - sui laureati 2004 e 2005: un'iniziativa interuniversitaria nata nel 2002 che ha coinvolto diversi atenei italiani, da Bergamo a Palermo, passando per Milano, Pisa e Napoli. Modica ha poi utilizzato più di 100 mila laureati nelle Facoltà di Palermo, dove la distribuzione dei voti di laurea ancora peggiore: quasi uno studente su due 'conquista' il fatidico 110.

Il docente propone quindi quella che potrebbe essere la soluzione per avere delle votazioni finali più eque: "la tesi - continua il docente universitario - potrebbe essere vista come un esercizio finale di stesura relazione, e considerata alla stessa stregua delle altre materie. Così facendo la valutazione finale dello studente rifletterebbe la sua media nel corso degli studi, che tipicamente presenta una distribuzione più normale". Ed anche le votazioni degli esami potrebbero essere rivisti dando un minore 'peso' a quelle materie la cui media di voti è superiore alla media della facoltà: in questo modo si individuerebbero pubblicamente gli esami "cuscinetto" che non inciderebbero come quelli più impegnativi.

"Tale comportamento, ovviamente, non può essere imposto, ma forse - conclude l'economista - una maggior disciplina si otterrebbe se si rendessero pubbliche le medie per materia corrette e le relative materie significative".

8 maggio 2008

Quanto vale una laurea? Poco più di 120 euro al mese

Una laurea dopo anni di studio e costosissime rette annuali. Il risultato? Uno stipendio di poco superiore a quello di un operaio non specializzato. Il lavoro intellettuale non paga più. Ma soprattutto, a non pagare, è l'università.
Dal sito dell'Ansa, un lancio delle 11.20:

"Un pericoloso appiattimento delle retribuzioni". A rilevarlo è Unioncamere che nel rapporto 2008 evidenzia come la differenza di salario tra un impiegato diplomato o laureato e in lavoratore non qualificato con la licenza media "é di circa 1.600 euro l'anno, poco più di 120 euro lordi al mese". A guardare i dati 2007 infatti le retribuzioni di professioni non qualificate, di conduttori di impianti, di operai specializzati, di professioni qualificate nelle attività commerciali e nei servizi e degli impiegati, si aggirano tutte "all'incirca tra i 21 e i 23 mila euro". Si va infatti dai 21.170 euro di un lavoratore non qualificato ai 22.750 d un impiegato. La distanza è invece quasi incolmabile con i dirigenti che in media guadagnano oltre 92 mila euro l'anno. L'appiattimento verso il basso, sottolinea l'associazione delle Camere di Commercio, "é il sintomo più evidente della scarsa attenzione al merito che caratterizza il mercato del lavoro italiano" e, afferma il presidente Andrea Mondello, "segnala un paese disattento al valore dello studio e delle competenze, che rischia di mortificare le migliori risorse su cui può contare per rilanciarsi". Unioncamere sottolinea quindi come tra il 2000 e il 2006 le retribuzioni siano passate da 20.116 euro a 23.633 con una crescita del 17,5%. Nello stesso periodo l'inflazione è aumentata del 15,1%, ma i prodotti e i servizi acquistati più frequentemente sono aumentati del 18,2%. I salari sono cresciuti meno che nel resto d'Europa perché più bassa è stata la crescita della produttività. L'associazione sottolinea quindi "l'inadeguatezza del contratto nazionale", che va superata distribuendo in azienda o sul territorio i risultati conseguiti in termini di produttività e redditività.

22 aprile 2008

Sparlare dei colleghi via e-mail è reato

In ogni ufficio c'è almeno un collega che non si sopporta. Ma non sparlatene via e-mail, potreste beccarvi un processo per ingiuria. Per spettegolare è quindi molto meglio utilizzare messenger. Ma solo dopo esservi accertati che il vostro interlocutore abbia disabilitato il salvataggio automatico delle conversazioni...

Nelle e-mail indirizzate ai colleghi dell'ufficio è meglio non sparlare degli altri compagni di lavoro, specie quando al diretto interessato non viene mandata la corrispondenza telematica che lo riguarda. Infatti, se chi invia la posta sa che, prima o poi, il collega di cui sparla lo verrà a sapere, rischia un processo per ingiuria davanti al giudice su querela della persona offesa dalle maldicenze. Lo sottolinea la Cassazione con la sentenza 16425 della Quinta sezione penale. Con questa decisione la Suprema Corte ha accolto il ricorso di Amelia G., impiegata presso una ditta veneta di Bassano del Grappa. Il comportamento della donna era stato criticato in una e-mail che il suo collega Gino F. aveva mandato a tutti gli altri dipendenti e nel quale prendeva di mira la "sfacciataggine" di Amelia, che secondo Gino "abusava dei congedi parentali".

Solo ad Amelia, Gino non aveva inviato l'e-mail che la riguardava. Qualcuno, però, aveva provveduto a recapitare una copia dell'epistola nel cassetto della scrivania di Amelia. La donna, sentendosi offesa, aveva querelato Gino. Ma sia in primo sia in secondo grado, prima il giudice di pace di Bassano del Grappa (con sentenza del 27 settembre 2005), e poi il tribunale di Bassano (con sentenza del 25 gennaio 2006), avevano assolto Gino con la formula "perché il fatto non sussiste". Adesso, invece, la Cassazione ha deciso di riaprire il caso e l'uomo rischia una condanna penale oltre a dover pagare un risarcimento danni ad Amelia. Spiega in proposito la Cassazione che "trattandosi di ingiurie epistolari, anche se lo scritto è stato inviato a persone diverse dall'offeso, il delitto si perfeziona a condizione che l'agente, all'atto dell'invio, abbia avuto indubbia consapevolezza che lo stesso sarebbe stato comunicato all'offeso". La procura della Cassazione aveva chiesto la conferma dell'assoluzione. Ma gli 'ermellini' hanno dato ragione ad Amelia.
Fonte: Ansa