Stanchi del solito, monotono MacBook? Non riuscite a riconoscere il vostro portatile tra quelli di amici e colleghi? La soluzione c'è! Ecco i Macbookmos, baffi adesivi per personalizzare la vostra mela luminosa come meglio credete. Non vi basta? Lo step successivo sono i Macbookbros, non solo baffi ma faccine complete, molto "funky" quanto a stile, ciascuna associata ironicamente a una personalità: c'è il designer, lo swinger, il caballero, lo zio che fa venire la pelle d'oca e via dicendo. Costano in media 8 euro e sono facilmente rimovibili. Ecco un esempio (cliccando sulla foto si va all'articolo): Se non temete di fare un torto al vostro MacBook ironizzando sulla mela luminosa, potete andare oltre e passare a sticker più grandi e colorato o a vere e proprie cover. Basta cercare APPLE MAC Case Sticker per avere l'imbarazzo della scelta. Il prezzo è contenuto (a partire dai 10 euro). Ecco una selezione di quelle che mi piacevano di più. Cliccando sul link si apre il sito dove si possono acquistare (e dove se ne possono trovare molte altre).
E per gli appassionati dei Simpson c'è dell'altro: lo sticker per Ipad:
Sono uscita dalla mostra di Paolo Pellegrin con un malessere che dura ormai da qualche giorno. Vedendo quelle immagine di guerra, povertà, carestia, malattia ho avuto una sensazione strana, indecifrabile. Come se d'inverno qualcuno ti rompesse il vetro del salotto per farti notare che fuori c'è una bufera di neve. Sapevo che le tragedie raccolte in quelle decine e decine di fotografie erano successe. Le avevo seguite, come tanti, attraverso i resoconti (mai molti in Italia) dei giornali e degli approfondimenti televisivi. Vederle tutte riunite, tutte registrate da una stessa persona che, a dire il vero, non ha neppure molti anni più di me, è come se avesse reso tangibile per la prima volta tutto il dolore che c'è nel mondo. Nel mondo in cui io vivo, non in quello che c'era prima della mia nascita. Nel mondo che conosco bene, dove ho così tanta disponibilità di cibo da potermelo dimenticare nel frigorifero per settimane, dove il superfluo riesce a trasformarsi in necessità e dove ci riempiamo le giornate con passatempi che ricordano quelli dei criceti in gabbia. Due mondi così distinti e inconciliabili come fanno a convivere nello stesso momento?
Oggi, mentre assieme ad altre centinaia di persone sprecavo il pomeriggio in coda alla cassa di un ipermercato, comprando merci fabbricate chissà dove, chissà da chi e a che prezzo, sono riusciuta a dare un nome al mio malessere: l'ho chiamato senso di colpa...
In una striscia di Quino, Mafalda chiede a Felipe di immaginare come potrebbe essere la realtà se non esistessero le distanze e tutto accadesse qui e adesso. "Ti rendi conto?".
Una bellissima campagna di Amnesty International, da cui è preso il titolo di questo post, si propone proprio questo: annullare lo spazio, far saltare la difesa psicologica della distanza. Il risultato è questo:
Oggi sul blog di Paolo Amoroso - apprezzato da chiunque frequenti il Planetario di Milano - ho letto una storia che mi ha davvero colpita. Paolo ha ricevuto una richiesta d'amicizia in Facebook da parte di un altro appassionato di astronomia come lui. Fin qui nulla da segnalare. Se non fosse che la richiesta arrivava dallo spazio. A contattarlo sul social network è stato infatti il comandante della Stazione Spaziale Internazionale.
Non mi dilungo oltre. Vi invito ad andare sul blog Avventure Planetarie per leggere il resoconto di Paolo. Vi garantisco che ne vale la pena.
Quanto a me, ho trovato il suo racconto e, più in generale, l'intera vicenda davvero sorprendente. Sorprendente, sì. Mai avrei pensato che un astronauta potesse mettersi a postare su un social network come io sto scrivendo su questo blog. E' incredibilmente strano e "normale" al tempo stesso. Lui sta orbitando attorno alla Terra eppure riesce a mettersi in contatto, a distanza, con tutti coloro che condividono i suoi stessi interessi: ecco riassunti due dei più grandi traguardi tecnologici degli ultimi decenni, la mobilità e la comunicazione senza limiti (o quasi). La prima metà del secolo che ci siamo lasciati alle spalle sembra così lontana... Mi pare stia a noi come il Medioevo sta al Novecento. E a ben pensarci, avrei parecchie difficoltà a spiegare questa vicenda a mia nonna, classe 1911, che alla mia età neppure immaginava che l'uomo avrebbe messo piede sulla luna. Credo che mi ascolterebbe affascinata e divertita. E' così che di solito affronta i film di fantascenza alla tv...
Se c'è una cosa che apprezzo del digitale è il maggior numero di canali disponibili. Li considero piccoli salvagenti per chi non ne può più della tv generalista. Uno dei canali che preferisco (accettandone la superficialità come parte del gioco) è Real Time. Questa sera mi ha regalato "Cucine da incubo", un reality show (e sottolineo la parola show) con Gordon Ramsay, che già conoscevo per le sue sfuriate a Hell's kitchen: guardandolo insultare, maltrattare e umiliare i sottoposti mi sono spesso chiesta quante denunce si sarebbe preso in Italia facendo mobbing sul luogo di lavoro. Tralasciando queste differenze cultural-sindacali, adoro questa tipologia di programmi made in USA. Nessun altro Paese riesce così bene nell'inganno di creare degli show a tavolino e di farli sembrare (in alcuni casi più, in altri meno) spontanei e genuini. L'episodio che ho seguito era questo:
Sensazione di déjà vu. Ci ho pensato e ho buttato giù la trama dell'episodio:
si presenta una situazione iniziale "drammatica" che solo l'eroe può risolvere (nello specifico un ristorante con un pessimo menù, uno chef incapace e una dispensa con muffa e vermi);
l'eroe si impegna per cambiare lo status quo (cucina pulita, nuovo menù, nuovo design del ristorante);
l'antagonista non ci sta e mette i bastoni tra le ruote dell'eroe (opposizione dello chef, tentativo di servire al critico gastronomico un piatto del vecchio menù);
litigate furibonde davanti alle telecamere tra eroe e antagonista (con tanto di urla che arrivano dalla cucina mentre le telecamere inquadrano persone sedute ai tavoli che ascoltano tra il divertito e l'imbarazzato - e il pubblico scopre così che servire un piatto dozzinale è un atto di lesa maestà, ma fare bagarre davanti ai clienti crea atmosfera al pari dell'aroma di lavanda - con - ciliegina sulla torta - l'abbandono del campo da parte dell'eroe che sembra sul punto di arrendersi;
l'eroe ovviamente non si arrende e riprende il grembiule;
nel giro di 30 secondi il ristorante è salvo, l'antagonista e l'eroe si rivalutano improvvisamente a vicenda senza un valido motivo che possa spiegare un simile cambiamento e tra baci e abbracci partono i titoli di coda. Il ristorante è finalmente riuscito a fare degli incassi decenti. Il lieto fine perfetto (siamo pur sempre nella patria del capitalismo!).
Meraviglioso. E il mio déjà vu? Questo è lo schema di Propp tristemente o felicemente noto a tutti coloro che hanno studiato semiotica.
Equilibrio iniziale (inizio)
Rottura dell'equilibrio iniziale (movente o complicazione)
Peripezie dell'eroe
Ristabilimento dell'equilibrio (conclusione)
A questo vanno aggiunte 31 funzioni, il cui elenco è disponibile su wikipedia (che a differenza del tg5 non cambierei mai con la Treccani, se non altro perché la Treccani non è linkabile). Studiando le fiabe, Propp si convinse che la struttura di ogni narrazione è relativamente stabile, con combinazioni tra funzioni di numero finito. Quello che fa la differenza, e determina potenzialmente un numero infinito di storie, è l'ambientazione e la caratterizzazione/psicologia dei personaggi. Nell'episodio in questione di Cucine da incubo ho scovato almeno una decina di funzioni. Tantine per un reality show di mezz'ora. Abbastanza per dire che sia tutto il frutto di una sceneggiatura? No, però sufficiente a giustificare il mio déjà vu. Rispetto ad altri reality show ho trovato discutibile lo sviluppo temporale. Una giornata può andare bene per rifare il make up o cambiare taglio di capelli, non certo per poter dire di aver salvato un ristorante. I risultati si vedono nel lungo periodo. In programmi come "Made", di cui ho apprezzato le due prime edizioni, si vedevano i progressi graduali e sul campo, giorno per giorno. Si ricordava che ogni cosa arriva grazie all'impegno, un messaggio sicuramente apprezzabile in un reality show rivolto ai giovani. In questo programma no. Un paradosso: proprio nel programma di uno chef si sostiene il fast food televisivo. E, tornando alle favole, si arriva all'assurdo ruolo dell'eroe che però è anche fatina e che con la sua bacchetta risolve magicamente tutti i problemi: toglie la muffa, cambia il menù e mette dei nuovi tendoni. Ma se il cuoco non sa cucinare, se dopo due settimane ci sono i sorci in cucina o se la gente è così affamata che se le mangia le tende nuove, il ristorante può chiudere. Ma non è un problema. Per allora le telecamere saranno già altrove...
Mi sono posta questa domanda poco fa, mentre spulciavo il mio profilo Facebook. Nella sequela di link che ho postato, ho trovato molto materiale che in passato avrei destinato al mio blog. Ora per motivi di tempo, finisco per buttare tutto nel flusso cronologico e non indicizzato del profilo. Facebook è una macchina da guerra per tutti i pigri che vogliono condividere qualcosa. Il mio blog è nato come quaderno per appunti, niente di più. Non mi aspettavo che qualcuno perdesse tempo a visitarlo o peggio ancora, a leggerselo e a commentarlo. Però quando l'ho scoperto non me la sono più sentita di inserire link a caso senza neppure una nota di commento. Sarebbe stato come scrivere in pessima calligrafia su un foglio. Con Facebook questo problema non c'è. E' per pigri, come dicevo. E se non lo sei, ti obbliga a esserlo. Se sei troppo prolisso neppure si spreca ad avvisarti che c'è un limite di caratteri per ogni status. Lo scopri a pubblicazione avvenuta, quando il testo troncato diventa incomprensibile anche per te che lo hai scritto. E' come se ti dicesse "sei noioso, questo è Facebook! Se vuoi scrivere un trattato vattene sul tuo blog". Twitter è pure peggio. Ci puoi scrivere un aforisma. Non puoi commentare, è un flusso costante di opinioni e notizie. Praticamente un'Ansa sociale costellata da microeditoriali. Ma Twitter richiede tempo per essere seguito e io quel tempo non ce l'ho. Facebook è più comodo. Per i pigri come me ha perfino ideato le "Notizie più popolari". Non ho ancora ben capito per chi siano popolari (per me? per gli amici? per l'universo? mah!), però è sempre meglio di niente. Ho cercato di capire come si stanno comportando i blog in Italia dopo l'avvento di Facebook. Di certo il numero di utenti che usano la Rete è aumentato: Facebook dà anche al più ignorante e imbranato la sensazione di saper usare il Web. Nel periodo in cui ho gestito delle pagine aziendali in Facebook, mi sono spesso stupita delle lamentele degli utenti. Avrebbero voluto che nelle pagine fosse più comodo commentare, ci fosse un motore di ricerca per le discussioni, un archivio e magari anche una seniority basata sul numero di interventi... Avrei voluto chiedere a quegli utenti se sapevano dell'esistenza dei forum. Chissà quanti di loro ignoravano l'esistenza delle community tradizionali e conoscevano solo i limitati strumenti di Facebook... Perché Facebook è limitato. La sua forza è nelle relazioni, negli amici, non in quello che mette a disposizione. Per ogni strumento offerto da Facebook esiste un programma extra Facebook che fa quella cosa in modo più affidabile e completo. Solo che non c'è interazione. La differenza tra un monologo e un dialogo: Facebook ti dà il cellulare, ma se vuoi sapere l'ora la scelta migliore è un orologio... Rispetto a qualche anno fa la Rete sembra satura. Satura di idee, satura di opinioni, satura di parole. Se ancora nel 2008 fa potevano venire in mente un tot di idee e di argomenti che ancora non erano stati seguiti, oggi non è più così. Possono nascere dei nuovi prodotti che rivoluzionano il panorama, come Facebook, ma blog e siti di contenuti sono ormai una goccia nel mare. Credo che questo tolga molti stimoli. I tentativi poi dei legislatori italiani di imbavagliare la Rete e di tarpare le ali ai blogger non credo abbiano aiutato. Ritornando quindi alla mia domanda iniziale: Facebook ha ucciso i blog? Non so se i blog siano davvero morti, ma anche se lo fossero non credo che il carnefice sia Facebook. Temo sia una combinazione di tempo, volontà e opportunità. O forse, più tristemente, è che non abbiamo più nulla da dire, solo link da scambiare...