Sul Guardian ho pescato un interessante articolo dal titolo How did the zebra get his stripes?, sullo scopo delle colorazioni - o dell'assenza di colorazioni - di alcuni animali. Un nuovo studio scientifico ha infatti tentato di dare una risposta alla domanda "Perché la zebra ha messo le strisce?". La conclusione è quasi imbarazzante. Secondo Tim Caro dell'Università della California, sappiamo ancora troppo poco sulla colorazione del manto degli animali (o della pelle, in alcuni casi). Anche il co-scopritore della selezione naturale di Charles Darwin, Alfred Russel Wallace, si pose il problema della ragione evolutiva delle strisce delle zebre. Per lui le zebre vivono costantemente in condizioni di grande pericolo, circondate come sono da leoni e predatori vari. Secondo Wallace però la notte, in occasione dell'abbeveramento, sono ancora più a rischio. Le strisce servirebbero alle zebre a mimetizzarsi al chiaro di luna, a non farsi notare a distanza e ad apparire meno numerose qualora intraviste. Darwin però non era d'accordo. Le striscie nella savana totalmente aperta allo sguardo, non servono proprio a nulla: addirittura, nelle parti bianche, arrivano a riflettere la luce. Un'altra teoria, che conoscevo anch'io prima di questo articolo, considera le striscie un mezzo per disorientare il predatore: in mucchio le zebre corrono in tutte le direzioni, le striscie diventano quasi ipnotiche e soprattutto non è possibile, nel trambusto generale, capire la direzione dei fuggitivi. Sembrerebbe inoltre utile a evitare le mosche tse tse (ma ignoro la motivazione concreta). Le zebre sono un vero mistero. Altri animali invece sembrano dare meno problemi. Particolari colorazioni del muso sono frequenti negli animali che hanno raggiunto una posizione eretta, e hanno principalmente uno scopo intimidatorio. Nel caso del panda, nessuno scopo comunicativo invece. Se fosse stato tutto bianco la luce si sarebbe riflessa sul pelo, rendendo più difficoltosa la visione. Ecco la splendida gallery del Guardian, alla scoperta delle più strane colorazioni (e di alcune ipotesi che le spiegano)
Non so se sia dovuto alla nottata insonne, o al risveglio al grido radiofonico di “allarme nevicate a Milano”, ma oggi ho un mal di testa martellante. Che sia dovuto alla depressione? Comunque sia, oggi, lunedì 19 gennaio, è il giorno più depresso dell’anno. Anzi, il più depresso della storia, è arrivato a sostenere il Daily Mail (ripreso dall’immancabile Ananova). Francamente credo che in passato, tra guerre, pestilenze e carestie, ci fossero stati lunedì ben meno allegri; ma mai contraddire un sito che è continua fonte d’ispirazione (e di notizie a metà strada tra l’inutile e il curioso). Ogni anno gennaio è portatore del giorno più triste dell’anno. Le vacanze natalizie sono solo un ricordo (a cui a volte si resta avvinghiati per settimane e settimane), anche se novembre è passato, basta guardare fuori dalla finestra per sentir riecheggiare versi di pascoliana memoria (“È l’estate, fredda, dei morti”). Soprattutto se sul terrazzo sono allineate in fila indiana le mie piante diventate vittime del gelo. Insomma, pochi dubbi che non sia il periodo dell’anno che ispira di più la gioia e la vitalità. Senza contare la cappa lugubre della depressione economica. Siamo depressi, anche economicamente. Sentiamo che dice Ananova in questo articolo sul tema…
Gli esperti sostengono che lunedì 19 gennaio 2009 sprofonderà al livello del giorno più deprimente della storia. Il clima freddo, i ricordi natalizi che si scolorano e il tradimento dei buoni propositi del Nuovo Anno rendono sempre infelice questo periodo dell’anno. Ma l’effetto della crisi economica rende quest’anno il peggiore di sempre, sostiene il Daily Mail. Si prevede che milioni di persone si siano sentite così scontente (n.d.t. il verbo usato nella versione originale è “to glum” che nel suono dà alla perfezione l’idea del groppo in gola) da decidere di stare a letto e che fino a un quarto dei lavoratori sia siano dati malati. Il psicologo Cliff Arnall ha individuato una formula matematica che definisce con precisione la data odierna come “Blue Monday”. Ha spiegato che esistono 6 fattori depressivi – clima invernale, conti natalizi delle carte di credito, abbandono dei buoni propositi dell’anno nuovo, paure lavorative, aumento del debito e crollo dei prezzi delle case. Il dottor Arnall, 43 anni, ha dichiarato: “la crisi finanziaria porta a credere che quello odierno sia il più deprimente Blue Monday che ci sia mai stato”.
C'è una passione tutta femminile che risulta spesso incomprensibile agli uomini: è quella delle scatole. Gli uomini tendenzialmente le snobbano, non sanno come usarle, mentre le donne le accumulano, le riempiono e organizzano scaffali pieni di scatolette e scatoline (a volte inserite l'una dentro l'altra stile matrioska). Pensate all'organizzazione dei cassetti. Questo è quello di una donna:
Questo è quello di un uomo:
O almeno è uguale al cassetto della scrivania di mio marito...
Personalmente penso che non siano mai abbastanza e mi piace realizzarne anche per fare regali. Ad esempio riempiendole di cioccolatini o biscotti fatti in casa.
Partiamo dalle basi. Guardate questa immagine per farvi un'idea di come a un template bidimensionale può corrispondere un oggetto tridimensionale (nello specifico scatole di svariate forme):
Se volete tanti modelli pronti da stampare vi consiglio di fare un giro sul sito Canon dedicato al papercraft: http://cp.c-ij.com/en/contents/3200/list_15_1.html
Sul sito troverete le istruzioni e i template pronti per il download per realizzare queste scatoline e molte altre:
Ci sono poi delle scatole molto più particolari, come questa (per i fan di Biancaneve):
Per la cronaca quello sopra è un esempio di "paper toy", giocattoli di carta facili da realizzare, a costo quasi zero. Sono carini, colorati e se un giorno vi trovate bloccati in casa per un temporale o un raffreddore e non sapete cosa fare, vi risolvono il pomeriggio.
Navigando in Rete ho trovato uno splendido blog ricco di idee e
soprattutto di modelli gratuiti pronti per il download: Crafty me
E' lì ad esempio che ho trovato questa bambolina (difficoltà media per chi è munito di taglierina, alta per chi ha solo le forbici):
In Italia dove quasi tutto sembra sul punto di essere privatizzato, essere poveri (anzi, meno abbienti, per essere politically correct) è motivo di umiliazione e sofferenza, che va ben oltre la fatica di arrivare a fine mese. "E' anonima naturalmente per non creare imbarazzo" fu il commento del premier al momento del lancio. Ipse dixit. Una delicatezza inappuntabile verso tutti coloro che si trovano a vivere con poco o niente proprio in un paese che si definisce "ricco". Peccato solo che tanta delicatezza - grazie alla tortosità della burocrazia italiana - si sia risolta in una nuova umiliazione per i potenziali beneficiari della carta, e in un inaspettato beneficio a favore dei religiosi che hanno fatto voto di povertà. Ma andiamo con ordine e partiamo con la puntata di Mi manda Rai Tre che ha sollevato il polverone (ma già da settimane alcuni organi d'informazione avevano evidenziato l'assurdo iter per abilitare la tessera).
La signora anziana presenta la carta e si sente rispondere che è vuota. E gli occhi le si riempiono di lacrime anche a distanza di tempo, semplicemente rievocando quella spiacevole vicenda. Tanto "per non creare imbarazzo", diceva qualcuno. In effetti a tutti è capitato, almeno una volta nella vita, di trovarsi senza contanti e con un bancomat smagnetizzato, o rigato, o scaduto. Magari qualche occhiataccia della commessa è pure capitata. Però ben pochi si sono sentiti domandare "è una social card?", rispondendo alla quale avrebbero subito svelato il proprio reddito. Il titolo del post è farina (stantia) del mio sacco. E' il classico titolo quasi "preconfezionato" che il redattore frettoloso, svogliato o privo d'idee estrae dal cilindro. E fa comunque la sua porca figura in pagina. Magari non è il massimo dell'originalità. E infatti anche Repubblica titola "La grande beffa della social card Una su tre è senza soldi". Ma l'articolo è di certo più ispirato e merita di essere letto con attenzione. Riporto alcuni passaggi.
La tessera di Tremonti è di un bel azzurro sereno. Come il cielo di Forza Italia, quello di una volta. Un tricolore ondulato la attraversa da sinistra a destra e sembra la scia delle mitiche frecce. "E' anonima naturalmente per non creare imbarazzo", commentò Silvio Berlusconi il giorno dell'inaugurazione della campagna dei 40 euro mensili ai bisognosi d'Italia. Anonima. Infatti ieri, supermercato Sma di Roma, commessa indaffarata alla cassa, signore anziano in fila: "Ha per caso la social card?". Il no è asciutto e risentito. "Scusi, ma era per capire come pagava". Lusy Montemarian non ha pagato, anzi è scoppiata in un pianto dirotto quando le hanno comunicato, come fa il medico alla famiglia del congiunto morente, che non ce l'aveva fatta. Un pianto raccolto da una microtelecamera di "Mi manda Raitre" e unito ad altri pietosi casi. Un mattone sull'altro, e un altro ancora. Alla fine si edifica questo incredibile muro della vergogna che attraversa la penisola e la trafigge senza colpa. [...] Migliaia di italiani si sono ritrovati in mano una patacca. Una carta azzurra, di plastica, con il retro magnetico, il numero, il logo giallo e rosso della Mastercard. Belle, eccome. E di valore: si stima costi almeno 50 centesimi l'una, più 1 euro per la ricarica bimestrale, più il 2 per cento per le spese del circuito bancario. Uno scherzetto da 8 milioni e 500mila di euro, a pieno regime. Una lotteria per il mezzo milione di italiani che, soltanto alla cassa e davanti al commesso, saprà se la sua carta annonaria è buona oppure è uno scherzo del destino, se può permettere di fare la spese oppure di annunciare la propria povertà a tutti.
Duecentomila tessere vagano scoperte di tasca in tasca, sospese o respinte. Duecentomila italiani, forse di più, le possiedono senza poterle utilizzare. Alcuni (pochi) lo sanno. Altri, molti altri, che non sanno, vanno incontro alla sciagura.
8 milioni e 500mila di euro. Mica bruscolini. Per delle tessere che forse hanno aiutato pochi, di sicuro hanno beffato e umiliato molti. Ne valeva davvero la pena? Già nella sua formula iniziale era apparsa alquanto discutibile (cos'è, un accordo economico con mastercard? Perché per dare 40 euro al mese agli indigenti si poteva anche fare una piccola integrazione alla pensione, o mandare un assegno con raccomandata. Di sicuro si poteva trovare una via meno macchinosa) ma nella resa effettiva è degna della casa che rende folli di Asterix.
Ma alla fine qualcuno è riuscito a beneficiare della social card? Parrebbe di sì.
Dall'Arena.it Potremmo definirlo un effetto collaterale della Social Card. Chissà, infatti, se i cervelloni del ministero al momento di ideare la versione elettronica della vecchia tessera del pane, avevano pensato che una fetta consistente dei beneficiari sarebbe stata composta da... religiosi. Il sospetto ad alcuni veronesi è venuto quando, in questi giorni a scavalco dell'anno, hanno notato che negli uffici postali c'erano moltissime suore anziane e un buon numero di frati in là con gli anni. Non è una scena usuale. Di solito, difatti, nell'organizzazione dei conventi c'è sempre una persona che - come nelle caserme - s'incarica di svolgere certi compiti, come quelli che richiedono di recarsi in posta, anche per tutti gli altri, basta avere in mano una delega. Ma a ritirare la Social Card bisogna andare di persona, ed ecco quindi le file. E sono tanti perché la maggior parte delle congregazioni religiose chiede ai propri appartenenti di fare voto di povertà e quindi essi risultano nullatenenti e privi di reddito, rientrando di fatto nelle categorie previste dalle norme. «È vero», conferma da Venezia Patricia Da Rin, della Direzione comunicazione e relazione esterne del Triveneto di Poste italiane, «a Verona sono particolarmente numerosi perché c'è una grossa presenza di istituti religiosi. Dai dati che abbiamo sono oltre 300 le suore e i frati che hanno già ottenuto la Carta d'acquisto recandosi negli uffici postali della città a ritirarla dopo aver ricevuto la comunicazione dal ministero. Di questi più di 60 sono quelli che hanno fatto capo agli sportelli della sede centrale di piazza Isolo. Ma il dato più curioso», conclude, «è che una piccola sede come Castelletto di Brenzone ne ha liquidate da sola più di 50». Nel paese lacustre, è noto, c'è l'istituto delle Piccole suore della Sacra Famiglia, che ospita molte sorelle anziane.
E vabbé. La Chiesa costa allo Stato italiano 4 miliardi di euro all'anno. Se si prendono anche delle briciole degli 8 milioni e 500mila di euro destinati ai poveri, non si può certo gridare allo scandalo. L'importante è che vengano investiti nel modo giusto...
Il sito dell'Ansa ha dedicato a Fabrizio de André uno splendido speciale in ricordo del decennale della sua morte. Cito i pezzi più significativi per evitare che, tolto il link, spariscano anche i contenuti.
'Tra 10 anni saro' immortale o dimenticato'. Faber, nelle sue parole FABER, LO CHIAMO' PAOLO VILLAGGIO Faber è il soprannome che gli ha dato Paolo Villaggio, suo amico di infanzia.
LA PAURA DEL PALCOSCENICO Fino agli anni ’70 Fabrizio De André non si è esibito in pubblico. Quando le pressioni da parte della sua casa discografica per farlo andare in concerto divennero troppo pressanti, lui chiese un compenso volutamente esagerato, convinto di ottenere un netto rifiuto. Il produttore accettò senza battere ciglio e così cominciò la sua carriera live.
IL SODALIZIO CON LA PFM Nella buona novella, l’album del 1970 suonano I Quelli, la band destinata a diventare la Premiata Forneria Marconi, la Pfm, con la quale nel 1979 e nel 1980 realizzò due tour trionfali registrati su due live di grande successo.
LA CAMPAGNA “Dell’infanzia ricordo soprattutto la casa di campagna di mia nonna, una cascina: allora le vacanze estive duravano quattro mesi e, a parte quindici giorni di mare, che avevamo sotto, le passavamo tutte in campagna, con mio grande piacere. Lì ho assorbito tutto l’amore, che poi mi è rimasto, per la campagna, la natura, gli animali e la cultura Contadina”
DALL'UNIVERSITA' A MARINELLA Ho fatto un po’ di tutto: ho frequentato un po’ di medicina, un po’ di lettere e poi mi sono iscritto seriamente a legge dando, se non mi sbaglio, 18 esami. Quasi laureato dunque […] poi ho scritto Marinella, mi sono arrivati un sacco di quattrini e ho cambiato idea […] dopo che Marinella l’aveva cantata Mina, eravamo nel ’65, io ero sposato da tre anni e lavoravo negli istituti privati di mio padre […]. Lavoravo lì non sapendo cos’altro fare, visto che di laurea non se ne parlava perché stentavo molto a studiare, insomma questa Canzone di Marinella, me la canta Mina, mi arrivano 600 mila lire in un semestre (somma davvero considerevole per quegli anni). Allora mi sono licenziato, ho preso armi e bagagli, moglie, figlio e suocero e ci siamo trasferiti in Corso Italia, che era un quartiere chic di Genova […]. Da quel momento ho cominciato a pensare che forse le canzoni m’avrebbero reso di più e soprattutto divertito di più.
CUOCO PER HOBBY, AGRICOLTORE SUL SERIO Oltre alla musica, le grandi passioni di De André erano la cucina e l’agricoltura che, dopo aver messo su l’azienda agricola dell’Agnata, era diventata la sua principale attività. Ai fornelli era molto bravo e amava curare I pasti per I suoi ospiti in tutti I dettagli dall’antipasto ai vini. .”Fare il cantautore può essere tuttosommato un hobby per il fine settimana. Quello dell’agricoltore invece è un lavoro che ti dà più spazio, che ti consente di guardare al futuro in maniera più tranquilla. Chissà perché, ma mi sento più serio in questa mia nuova veste”.
LA GUERRA “Le canzoni contro la Guerra le facevo a 19 anni. Ma certe cose si giustificano o come un impulso giovanile o come un modo per fare quattrini perché il prodotto si vende. E’ per questo che mi sono rivolto ad altri temi. Perché 19 anni non li ho più e seguire la moda per fare quattrini mi ripugna”.
PAROLE E MUSICA “Occorre superare la concezione della canzonetta che si muove entro dimensioni espressive troppo anguste. L’opera d’arte è qualcosa di molto più complesso. E poi c’è il problema del rapporto tra testo e musica. Normalmente si tende a dare più importanza al testo che non alla melodia. Io stesso musicalmente sono alquanto scarso, come per molti altri autori le mie canzoni devono la loro attrattiva ai versi e al loro contenuto particolare”.
GESU', UN ANARCHICO CONVINTO DI ESSERE DIO “Fu grazie a Brassens che scoprii di essere un anarchico. Furono I suoi personaggi miserandi e marginali a suscitarmi la voglia di saperne di più. Cominciai a leggere Bakunin, poi da Malatesta imparai che gli anarchici sono dei santi senza Dio, partendo da questa scoperta ho potuto permettermi il lusso di parlare anche di Gesù Cristo, prima in “Si chiamava Gesù” e poi in “La buona novella” e oggi mi viene il dubbio che anche lui non fosse che un anarchico convinto di essere Dio”.
IL DEBITO CON BRASSENS “Forse più che agli chansonnier francesi in generale devo pagare il mio tributo al solo Brassens. Poi I poeti maledetti francesi, di cui Cecco Angelieri era un nonno. Loro sono la forma, hanno rivoluzionato il modo di scrivere, hanno inventato tecniche nuove, come ha fatto il Surrealismo. Parlo di tecniche pur non conoscendo altro che le tecniche rudimentali. Breton insegnava a prendere una lettera, liberare la mente e poi da quella lettera, come nelle libere associazioni di Freud, scrivere quello che viene in mente. Ci ho provato ma venivani fuori delle stronzate allucinanti. Però amo la ricerca dei termini, la scelta degli aggettivi, resto sempre abbagliato dalla bravura in questo senso di Gesualdo Bufalino, per esempio. Credo che in ciascuno di noi ci sia un elemento di vritusismo, di funambolismo verbale”.
IMMORTALE O DIMENTICATO “Tra dieci anni le mie canzoni non esistono pù nemmeno nella memoria. Tra dieci anni ho inventato qualcosa di grosso, di immortale che adesso non mi passa nemmeno per la testa oppure ho una barca e navigo il mondo mentre la mia famiglia campa di rendita. Io non sono affatto un protestatore. Vabbé, Morandi è uno che sa cantare e che ha le sue idee: eppure non si vergogna per niente di sottoscrivere Zingara, accetta il suo personaggio. Anch’io accetto il mio personaggio. E’ colpa mia se Fabrizio De André corrisponde a un personaggio che non si lascia ingoiare dai fabbricanti di canzoni?”.
Non batté ciglio quando seppe del tumore di Enrico Marcoz
AOSTA - "La morte verrà all'improvviso, avrà le tue labbra e i tuoi occhi, ti coprirà di un velo bianco addormentandosi al tuo fianco...". Nel 1967 Fabrizio De André, ad inizio carriera, raccontava così la Morte nell'omonima canzone inserita nell'album 'Volume I'. La sua, forse, se l'era immaginata diversa. Magari nella tenuta in Sardegna, davanti al mare, in età avanzata. La prospettiva di avere ancora poco da vivere gli è invece piombata addosso all'improvviso, in un'afosa giornata di fine estate, a soli 58 anni. Era il 25 agosto 1998. Quella sera doveva suonare a Saint-Vincent, tappa del tour estivo. Un improvviso e acuto dolore alla spalla e alla cervicale lo aveva portato all'ospedale di Aosta.
La diagnosi provvisoria: 'Due costole incrinate, una forma di 'nevrité alle articolazioni superiori e un'infiammazione al braccio sinistrò. Visita in pronto soccorso e poi in sala raggi. Già la prima lastra alla spalla non aveva lasciato dubbi, evidenziando una grossa massa nel polmone. Il giorno dopo la Tac aveva confermato i peggiori sospetti. "Non ha battuto ciglio - raccontano i sanitari valdostani - quando gli abbiamo spiegato che aveva un tumore, non ha detto nulla. E' rimasto impassibile, senza reazioni". Dopo un'iniezione antidolorifica era rientrato a Genova. "...la morte va a colpo sicuro non suona il corno né il tamburo...".
De André e la morte, un rapporto che si è sviluppato attraverso decine di canzoni-poesie. Da 'La guerra di Piero' (Ninetta bella dritto all'inferno/avrei preferito andarci d'inverno), alla 'Canzone di Marinella' (E lui che non ti volle creder morta/bussò cent'anni ancora alla tua porta), da 'La ballata del Miche'' (Stanotte Miché si è impiccato ad un chiodo perché/non poteva restare 20 anni in prigione lontano da te) al 'Cantico dei drogati' (E soprattutto chi e perché mi ha messo al mondo/dove vivo la mia morte con un anticipo tremendo?). E poi 'La domenica delle salme', 'Il pescatore', l'intero album 'Non al denaro non all'amore né al cielò.
La morte nelle sue parole era quasi sempre violenta e tragica, insensata, un vero e proprio strappo dalla vita. Ma a volte anche tenera come in 'Fiume Sand Creek' (...ora i bambini dormono sul letto del Sand Creek...). Gli ultimi sei mesi della vita Fabrizio De André li trascorse a combattere la malattia, "come un guerriero" raccontò il figlio Cristiano, dentro e fuori l'Istituto per tumori di Milano. Sulle sue condizioni era stato steso un velo di riserbo da amici e parenti. Lui stesso aveva dichiarato alla stampa di soffrire di un problema congenito che gli aveva provocato delle ernie al disco. Riservato e schivo come sempre. Prima un miglioramento, poi la ricaduta fatale. La morte è arrivata nella notte dell'11 gennaio 1999, alle 2.30. Vicino a sé la moglie Dori Ghezzi e i figli Cristiano e Luvi. "...davanti all'estrema nemica non serve coraggio o fatica, non serve colpirla nel cuore, perché la morte mai non muore".