19 febbraio 2009

Cancellare un tatuaggio. Come e a che prezzo


Torno a parlare di uno degli argomenti che hanno portato il maggior numero di visite a questo blog: i tatuaggi.

L'altra sera una domanda a un quiz televisivo (che suonava più o meno così: "quale colore di tatuaggi è il più difficile da rimuovere?") mi ha fatto riflettere sulle tecniche e sulle modalità di cancellazione di un tatuaggio.

Già la scelta non è delle più facili. Il tatuaggio diventa una parte integrante del proprio corpo, al pari di un neo, di una ruga o di una cicatrice, e può non essere facile separarsene. E non solo a livello psicologico.

Partiamo dai prezzi.
Un tatuaggio piccolo e monocolore può costare 100 euro. I colorati ed estesi si aggirano sui 500 euro. Non dovrebbero restare cicatrici o macchie pigmentarie, però il decorso non è proprio immediato. Il trattamento laser non può essere eseguito sulla cute abbronzata (e comunque il mio tatuatore mi aveva sconsigliato di prendere il sole per non "sbiadire" il tatuaggio) e la zona trattata deve essere tenuta coperta con unguento antibiotico e tenuta al riparo dal sole per almeno due mesi. Insomma, il trattamento va fatto a novembre o a gennaio, di sicuro non a luglio. La tecnica ora prevalente è la q-switched, che sembra dare risultati decisamente migliori rispetto a quelle del passato.

Purtroppo non ho trovato accordo tra i vari siti che ne parlano: c'è chi dice che basta una seduta e chi dice che ce ne vogliono (a parità di tatuaggio) più sedute a distanza di 2 mesi l'una dall'altra; c'è chi dice che si può fare senza anestesia, e chi parla invece di anestesia locale; c'è chi dice che funziona per tutti i colori e chi sostiene che il giallo, il verde e l'azzurrino non se ne andranno mai via completamente. Ecco alcuni pareri di chi l'ha provato: forum al femminile.

C'è anche chi vende una crema che promette miracoli: cancellare i tatuaggi risparmiandosi un costoso intervento col laser. La trovate qui.
Ho cercato delle opinioni a riguardo, e non ho trovato molta gente pronta a gridare al miracolo. Ecco i pareri di alcuni utenti del forum di tatuatori.it

16 febbraio 2009

Il paese delle caste

Non adoro gli Stati Uniti. Ho sempre preferito la buona vecchia Europa, più dimessa, più decadente, ma di sicuro più realista, meno propensa a prendersi troppo sul serio. C'è una cosa che però invidio agli statunitensi: le infinite possibilità che hanno.
Stamattina - durante un'attesa di 4 ore, sembrata molto più lunga in ambulatorio, tra il rimbecillimento che solo l'odore dell'alcool misto al caldo-umido e la sveglia alle 6 del mattino può regalarmi - ho iniziato a prestare attenzione a quello che mi passava nelle cuffie del mio lettore mp3. C'era una vecchia - ma neanche troppo - canzone di Maria Montell, "And So The Story Goes".

Ho ascoltato soprattutto una frase
This small town girl needs to fly
To reach her dream in the sky

e mi è subito venuto il buonumore. Cosa c'è di meglio di cambiare città per realizzare un sogno?
Ho iniziato a pensare, complice anche la puntata del Testimone trasmessa ieri sera, che negli Stati Uniti è davvero possibile realizzare i sogni più ambiziosi. Ho pensato ai miliardari della Silicon Valley, che sono riusciti a emergere dal nulla, con ottime idee e con un po' di furbizia nel ricercare finanziatori. Insomma, anche se i soldi non li hai, c'è sempre qualcuno disposto a investire su di te se hai qualcosa di buono - o presunto tale - da proporre.

Mentre pensavo a tutto questo (con la massima invidia nel cuore) ho iniziato a sfogliare "Leggo". Sarebbe stato meglio non l'avessi fatto... Ho letto l'articolo tratto da questo lancio Ansa.
BANKITALIA: ITALIA INGESSATA, SCALATA SOCIALE DIFFICILE
ROMA - Classi impermeabili, quasi immobili, da cui è difficile emanciparsi e in cui è ancora più difficile entrare. L'immagine della società italiana è sempre più quella di una collettività statica, dove la mobilità va progressivamente scomparendo. E, nell'arco di dieci anni, la famiglia ricca rimane ricca, la povera povera.

A delineare un quadro ben poco promettente, nel quale la sfida sociale non esiste, è uno studio realizzato da un ricercatore di Bankitalia, Andrea Neri, pubblicato tra i temi di discussione di via Nazionale. Il dossier è ricco di tabelle, cifre che una volta snocciolate sembrano quasi la trama di un film neorealista nel quale il salto da una classe sociale all'altra appare difficile.

L'indagine fotografa due diversi periodi - gli anni 1989-1998 e 1995-2004 - e mostra che, con il passare degli anni, la possibilità di muoversi sulla scala sociale si è ridotta, facendo dell'Italia un Paese ingessato. Nei nove anni tra il '95 e il 2004 infatti, ''la mobilità è stato un fenomeno che ha interessato meno di un quarto delle famiglie italiane: - scrivono i ricercatori - circa il 13% ha sperimentato movimenti verso l'alto, mentre circa l'11% è precipitato in una classe inferiore". Il dato più significativo è però che nel complesso il 44% delle famiglie italiane è rimasto, per tutti i nove anni presi in considerazione, nel segmento più basso della società, senza mai distaccarsi, neanche per un anno o due, dalla classe più povera.

I pochi passaggi che si verificano avvengono generalmente tra livelli contigui, mentre le famiglie al top della scala sociale, così come quelle al fondo, hanno appena il 5% delle possibilità di spostarsi in modo permanente ai due estremi della società, saltando i gradi intermedi. In dettaglio, secondo i dati di Bankitalia, il 75,3% delle famiglie che nel 1995 si trovavano della classe più bassa della società (divisa in 4 classi) mantenevano nel 2004 la stessa posizione sociale (pur con qualche minimo e temporaneo scostamento nella classe superiore).

Allo stesso modo il 75% delle famiglie più ricche si è ritrovato a nove anni di distanza esattamente allo stesso livello. Il 19,9% è sceso di un gradino e il 4,1% di due gradini. Appena l'1% è precipitato all'ultimo scalino della scala sociale, ancora meno del 3,6% che é invece saltato in alto dal livello più povero a quello più ricco.

"La probabilità di muoversi dipende fortemente dalla posizione che si occupa all'inizio - commentano i ricercatori - che è strettamente legata alla situazione economica dei genitori. Si tratta di un fattore particolarmente importante quando si parla di mobilità verso l'alto. L'accesso alla classi superiori sembra infatti quasi impossibile per le famiglie che si trovano al gradino più basso della scala sociale". Niente da fare invece per le altri variabili socio-economiche: il livello di istruzione, la professione o l'età del capofamiglia - secondo quanto risulta dall'indagine - non riescono a spiegare la mobilità tra classi sociali.

Abbastanza triste, soprattutto per i giovani di questo Paese che sembra sempre più destinato all'estinzione. Alcune lauree però offrono una via d'uscita: i laureati in ingegneria - alcuni rami in particolare - e nelle materie scientifiche sono molto ricercati. All'estero. Così si continua a perpetuare una doppia beffa per questo Paese: finanzia gli studi per nuovi talenti che vanno a portare benefici ad altri Paesi. Gli Stati Uniti li accolgono sempre a braccia aperte. Nella Silicon Valley gli stranieri erano prevalentemente indiani (complice un'istruzione informatica molto ben organizzata) e - guarda caso - gli italiani.
Credo che il valore di un Paese si possa leggere sulla base del futuro che riesce a regalare ai suoi figli. Un Paese che va lasciato per realizzare i propri sogni - o non sprecare il proprio talento -, forse non è il Paese dove val la pena di vivere...

13 febbraio 2009

Testamento biologico ad Annozero

Ieri sera ad Annozero una puntata sul testamento biologico alla luce del caso di Eluana Englaro. Spesso si dice che i giovani non pensino alla morte. Ieri sera molti di loro hanno dimostrato che è solo un luogo comune. Le loro idee erano ben precise e soprattutto non erano dettate solo dall'ideologia come nel caso di molti politici, che non mettono neppure in dubbio le loro convinzioni e si sentono autorizzati a imporle a tutti.
Emblematico il commento di un ragazzo che intervistato si è dichiarato subito contrario alla sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione in quanto cattolico, ma alla domanda "Capitasse a te, cosa vorresti?" ha iniziato a tentennare: il suo parere è cambiato, "bisognerebbe trovarcisi in quelle situazione". E alla fine ha dichiarato di preferire la soluzione meno dolorosa, ovvero la sospensione.
Riporto alcuni dei passi più significativi della trasmissione (purtroppo alcuni non si trovano su youtube).




Peppino Englaro, al RaggioVerde, con la pacatezza e la dignità che lo hanno sempre accompagnato

E in conclusione, per stemperare, Vauro. Splendida la vignetta su Veltroni e la Sacra Famiglia

12 febbraio 2009

Il cancro fa perdere il lavoro

Un figlio malato di tumore è già di per sé una tragedia. Ma ancora peggio è dover preoccuparsi ella sopravvivenza della propria famiglia dopo che si è perso il lavoro a causa delle assenze prolungate dovute alla malattia del figlio.
Un bambino o un ragazzo che affronta una battaglia così grande (spesso insostenibile per un adulto) non può essere lasciato a se stesso. Eppure si impone ai genitori di scegliere se dedicargli le attenzioni dovute o se continuare a portare a casa lo stipendio che serve per vivere. Come possono gestire una simile situazione i milioni di precari e di autonomi che spesso non sono tali per propria scelta ma perché le aziende non vogliono costi fissi?
Un genitore su quindici si trova in questa drammatica situazione.
La notizia sull'Ansa di oggi
TUMORI:SE FIGLIO MALATO, UN GENITORE SU 15 PERDE LAVORO
ROMA - Un genitore su quindici di bambini malati di tumore perde il lavoro a causa delle prolungate assenze fatte per assistere il figlio. Questo è uno dei risultati dell'indagine sulle famiglie realizzata dall'associazione Peter Pan, in occasione della VII Giornata Mondiale contro il cancro infantile. "Tenendo conto delle 5 fasi della malattia, diagnosi, chemioterapia, chirurgia, radioterapia e follow up - ha spiegato Raffaele Cozza, dell'Unità Operativa di Oncologia Pediatrica dell'Ospedale Bambino Gesù di Roma - le giornate dedicate all'assistenza sono circa 150 all'anno". Esistono già strumenti normativi a tutela dei genitori, come la legge 104/1992 che concede congedi parentali e un assegno di accompagno ma si tratta di un provvedimento "insufficiente e inadeguato" secondo Maria Teresa Barracano Fasannelli, presidente onorario dell'associazione Peter Pan, perché garantisce tutele solo ai lavoratori dipendenti, lasciando fuori artigiani, lavoratori autonomi e i lavoratori precari. Dall'indagine emerge anche un'altra questione cardine, per la quale la Fiagop, Federazione Italiana Associazioni Genitori Oncoematologia Pediatrica Onlus, chiede una rapida revisione della legge 104, vale a dire i tempi di attesa lunghissimi che intercorrono tra la presentazione delle domande e l'ottenimento dei benefici. Nel 26% dei casi trascorrono tra 1 e 2 mesi, nel 40% tra i 3 e i 4 mesi e nel 13% dai 6 ai 12 mesi. (ANSA)

A perdere il lavoro sono nella maggior parte dei casi gli stessi lavoratori in malattia. I tumori mediamente comportano periodi di terapie e convalescenze prolungate, se non addirittura invalidità permanenti. Per un malato che si sottopone a chemioterapia - e che magari non abita proprio a un passo dall'ospedale che gli fornisce le cure - ci sono viaggi continui da compiere, malessere a casa e difese immunitarie ai minimi storici. Andare in ufficio non è proprio indicato. Ma in caso di malattia, dopo un lasso di tempo indicato nel contratto collettivo, il lavoro viene perso. Ci sono passata con mio padre, che allora era l'unico ad avere in famiglia un reddito, e se non avesse avuto la "fortuna" di scoprire la sua malattia a settembre (a cavallo quindi tra 2 annualità diverse), avrebbe perso il lavoro entro l'anno nuovo. E i malati e i loro familiari sanno molto bene quanto costino le cure, quanto costi l'assistenza (sia che la facciano personalmente, sia che la deleghino a infermieri) e quanti prodotti o medicine che alleviano le sofferenze del malato non siano mutuabili.
Mi sembra che in Italia ci sia un'ipocrisia di fondo: si inneggia alla vita, al rispetto per i malati, ma questi sono sempre abbandonati alle loro famiglie, che per giunta si trovano a essere penalizzate lavorativamente per questa situazione. Da un lato politici e vertici religiosi portano avanti delle crociate per obbligare i medici e i familiari dei malati in condizioni disperate a non sospendere l'alimentazione e l'idratazione (meglio sospendere i farmaci causando trombosi o ictus?), dall'altro non si sostengono abbastanza le persone che stanno lottando per sé o per i propri cari e che avrebbero la possibilità e soprattutto che vorrebbero, una volta guarite, riprendere la loro vita di sempre, magari con maggiore forza interiore. Sempre che il lavoro sia lì ad aspettarli...

11 febbraio 2009

Referendum per due

Dopo la cena per due e il the per due, anche il referendum per due. Miracoli della burocrazia italiana, che quanto a suddivisione amministrativa e gestione del territorio lascia parecchio a desiderare.
Da un'Ansa di oggi.
REFERENDUM PER DUE NEL COMASCO, ALLE URNE MOGLIE E MARITO
MILANO - Referendum per due nel Comasco: marito e moglie, i coniugi De Stefano, sono chiamati alle urne per dare la loro opinione sul passaggio dal Comune di Carugo a quello di Brenna del pezzo di terra su cui vivono. Del referendum consultivo, indetto dal consiglio regionale lombardo, dà notizia La Provincia di Como.

L'accordo formale sul passaggio è già stato raggiunto nell' ottobre del 2007, quando i consigli comunali dei due paesi avevano deliberato sulla modifica dei confini territoriali. La legge regionale prevede però che, sull'argomento, si esprimano anche i diretti interessati, ossia i De Stefano, che hanno due due figli minorenni e, quindi, senza diritto di voto. I coniugi, che andranno a votare in Municipio, a Carugo, si sono detti contenti del referendum e hanno anticipato il loro voto, spiegando che voteranno a favore del passaggio, visto che da anni scontano il fatto di vivere effettivamente a Brenna, ma di risultare residenti a Carugo.

Questo lancio mi ha fatto venire in mente un'associazione che da anni cerca di dare una sistemata ai confini amministrativi regionali. In realtà nessuno - o molto pochi - ne parlano, ma in Italia esistono zone di confine trascurate dalla regione di appartenenza (perché troppo lontane geograficamente) ma al tempo stesso snobbate dalle regioni confinanti, perché non incluse nei loro territori. E in quelle zone i disagi per i cittadini non mancano...