9 settembre 2008

Animali tatuati. Ma perché?



Mi sono imbattuta nella nuova tendenza che sta spopolando tra i padroni più folli:
tatuare i propri animali o fargli dei piercing (Gallery).
Cani e gatti dipinti come motociclisti tamarri, pesci sfregiati con cuori e pois, criceti minuscoli con barrette conficcate nelle orecchie per la gioia di proprietari pronti a garantire "che manco se ne accorgono"...
Ma a che pro?
Partiamo dai maiali. Wim Delvoye è un artista (belga) un po' originale (i cinesi lo considerano proprio matto), che da una decina d'anni ha iniziato a tatuare i suini. Li prende ancora cuccioli, li anestetizza e li fa vivere in una fattoria-atelier in Cina. Gli risparmia una vita nel fango in attesa del macello. Lui, del resto, è vegetariano e non vuole che la pelle degli animali venga venduta prima della loro morte naturale. I maiali hanno un nome proprio, sono coccolati e forse viziati. Diventano delle opere d'arte viventi che trovano posto nei musei solo alla fine dei loro giorni. Delvoye è stregato dall'evoluzione del corpo dell'animale, che modifica continuamente il disegno originario. E' la stessa filosofia che attrae i veri cultori del tatuaggio: sì al segno distintivo, ma che diventa parte integrante del corpo e che ne condivide le stesse evoluzioni.
Come animalista non posso trovarmi d'accordo sui tatuaggi ai maiali. D'altro canto mi rendo conto che la loro pelle è decisamente più spessa della nostra, e che un tatuaggio val bene una vita serena senza un futuro da prosciutti. Tra tutte le torture che i poveri animali subiscono per colpa dell'uomo o della stessa Natura, questa in effetti è la meno grave.
Sui tatuaggi per cani, gatti e soprattutto pesci, non ho neppure un dubbio. Come si può obbligare un animale a un'anestesia totale per fargli dei decorini di cui può fare allegramente a meno? (vale anche per il maiale, ovviamente). Perché sfogare la propria superficialità e la propria ricerca esasperata di apparire e contraddistinguersi sul proprio amico a 4 zampe?
E questa dovrebbe essere una forma di amore?
Attendo i tatuaggi, gli orecchini, le ciglia finte e il make up sul povero chihuahua della Paris Hilton di turno...



Parlando di arte e animali, colgo l'occasione per riportare l'opinione del Disinformatico sul presunto caso (aberrante) del cane lasciato morire in un museo. In tanti avevano pensato a un gesto di sadismo. La sorte del cane non è chiara. Ma le cose sembrano essere andate diversamente da come sono state raccontate.
Citando il Disinformatico (dove potete ripassare l'intera vicenda):
Riassumendo:

* abbiamo un blogger anonimo che ha dato la stura alla vicenda scrivendo che a lui/lei risulta che il cane sia morto. Che fine abbia fatto la bestiola, però non si sa: su questo non c'è nessuna testimonianza diretta, di prima mano.
* abbiamo il direttore della galleria d'arte che dice che il cane è stato nutrito, ma non durante le tre ore giornaliere della mostra, e che poi è scappato, e su queste dichiarazioni pone la propria firma;
* abbiamo l'artista in questione che non conferma e non smentisce la morte del cane; dice che non era sua intenzione causargli sofferenza.
* abbiamo una vicenda che fa leva su tutti i sentimenti giusti per ottenere la vastissima eco mediatica alla quale aspirano tanti "artisti".
Insomma, tutto da verificare.
Posso condividere l'accusa di ipocrisia nei confronti dei benpensanti. C'è da dire che l'arte, almeno nella mia visione, non dovrebbe essere causa di sofferenza e morte. La considero uno strumento che permette di elevarsi sopra le meschinità o al massimo di affondarci per poi riaffiorarne purificati... Un cane lasciato morire di fame non è arte e non m'importa se il fine - ovvero la sensibilizzazione sul problema dell'abbandono - possa essere condivisibile o meno. Il fine non sempre giustifica i mezzi

1 commento:

Alice ha detto...

Questa dei tatuaggi non l'avevo mai sentita. Ma perchè certa gente non va a lavorare invece di fare queste CRETINATE???